Perché (non) uccidere l’uomo grasso – Considerazioni su “Uccideresti l’uomo grasso?” di David Edmonds (Raffaello Cortina Editore)

TITOLO: Uccideresti l’uomo grasso? – Il dilemma etico del male minore
TITOLO ORIGINALE: Would You Kill the Fat Man? – The Trolley Problem and What Your Answer Tells Us about Wright and Wrong

AUTORE: David Edmonds
TRADUTTORE: Gianbruno Guerrerio

ANNO: 2014

CASA EDITRICE: Raffaello Cortina Editore

NUMERO DI PAGINE: 234

PREZZO DI COPERTINA: 19€


QUARTA DI COPERTINA:

Un carrello ferroviario fuori controllo corre verso cinque uomini che sono legati sui binari: se non sarà fermato li ucciderà tutti e cinque. Vi trovate su un cavalcavia e osservate la tragedia imminente. Tuttavia, un uomo molto grasso, un estraneo, è in piedi accanto a voi: se lo spingete facendolo cadere sui binari, la notevole stazza del suo corpo fermerà il carrello, salvando cinque vite, anche se lui morirà. Voi uccidereste l’uomo grasso? La domanda può sembrare bizzarra ma ha impegnato i filosofi morali per oltre mezzo secolo. David Edmonds racconta qui la storia curiosa di come gli studiosi hanno lottato con questo dilemma etico, proponendo un avvincente viaggio attraverso la storia della filosofia morale. Molti pensano che sia sbagliato uccidere l’uomo grasso. Ma perché? Come mostra Edmonds, rispondere alla domanda è molto più complesso di quanto appaia in un primo momento. Di fatto, il modo in cui rispondiamo ci dice molto su ciò che consideriamo giusto o sbagliato. Leggere questo libro potrebbe cambiare, divertendovi, il vostro modo di pensare e fare di voi una persona migliore.


COMMENTO AL TESTO:

Intorno alla prima metà del Novecento fu coniata la carrellologia, in lingua madre trolleyology. Cos’è questa disciplina? Chi ne è l’artefice? Ma soprattutto, quali sono le sue implicazioni nella vita di tutti i giorni?

La nascita dello “studio sui carrelli” si deve a due donne, due grandi amiche, separate da posizioni religiose (e dunque esistenziali) opposte – l’una cattolica cristiana romana, l’altra fermamente atea -, ma unite da una ineliminabile amicizia: si tratta di Philippa Foot e di Elizabeth Anscombe. Conosciutesi ad Oxford, estremamente influenzate dal cosiddetto Circolo di Vienna e, com’è ovvio, dal suo frontman Ludwig Wittgenstein, diedero l’input a quella che oggi è una scienza etica, e non solo, assai controversa e chiacchierata, tanto nelle grandi aule accademiche quanto nei più rustici ritrovi sociali.
Alla base della carellologia risiede un concetto assai importante: la distinzione tra previsione e intenzione, consapevolezza e scelta. Se faccio cadere un vaso perché voglio salvare il rovesciamento di un acquario (e dei suoi inquilini) o invece lo faccio cadere perché lo detesto ed è meglio che vada in frantumi, c’è qualche differenza? Secondo la Foot e la Anscombe assolutamente sì, tanto che da questo assunto muove lo sviluppo dei rompicapo morali della carrellologia, comprese tutte le sue varie e fantasiose casistiche, assieme alla teoria del duplice effetto (DDE) che per l’appunto sarebbe capace di giustificare o condannare chi intende uccidere l’uomo grasso.

Ma vediamo più da vicino il celeberrimo esempio, nella sua forma più rudimentale ed elementare. Tenete in conto che infinite sono state le varianti, le descrizioni e, soprattutto le conseguenze etiche che anche la stessa scelta in merito a uno scenario millimetricamente diverso (quale la presenza di una botola, il dover azionare una leva, pur di produrre lo stesso effetto) possono avere.


Siete su un cavalcavia che si affaccia sul binario. Vedete il carrello ferroviario che sfreccia fuori controllo e, poco più avanti, cinque persone legate sui binari. È possibile salvare questi cinque? C’è un uomo molto grasso che sta guardando il treno appoggiato alla ringhiera. Se lo spingeste oltre la balaustra, piomberebbe di sotto e si schianterebbe sui binari. È così obeso che la sua massa farebbe fermare bruscamente il carrello. Purtroppo, in questo modo verrebbe ucciso l’uomo grasso. Ma si potrebbero salvare gli altri cinque. Si dovrebbe dare una spinta all’uomo grasso?

Potrà, a primo impatto, sembrarvi molto difficile cavarsela con le mani pulite e la giustificazione migliore, rispondere al quesito sopracitato. Ancora, potrete ritenerlo assai sciocco e fine a se stesso.
In tal caso sarete contenti di sapere che non siete i soli a storcere il naso di fronte all’inutile problematicità di questi esempi: una buona e non stolta fetta dei filosofi etici, della prassi e degli studiosi del settore, considera la carrellologia come una serie di rompicapi capaci solo di rendere difficoltose delle scelte che, tuttavia, non hanno alcun riscontro concrete nella vita effettiva, fomentando piuttosto il classico mito della filosofia come arte speculativa. Altri ancora sostengono: «Questa industria del problema del carrello è solo un altro esempio deprimente dell’ossessione dei filosofi accademici di soffermarsi su alcuni esempi artificiali così da scansare lo stress di guardare i problemi reali».
Tuttavia – e qui sta il punto di forza della disciplina – i riscontri concreti esistono e sono anche tanti. La posizione che assumete in merito all’esempio, la vostra scelta di condannare un innocente (posto che non sia colui che invece ha legato le vittime predestinate) a favore di cinque vite, o viceversa, è determinata da un’enorme serie di fattori: le neuroscienze, ad esempio, rivelano che i valori di ormoni e tossine quali ossitocina, adrenalina, serotonina e testosterone (elemento a cui si ricondurrebbe un’effettiva disparità di genere, nelle risposte fornite dai target) incidono notevolmente sulla scelta effettuata; ma non solo, pare che chi è colpito da una qualche patologia inficiante le emozioni, sia molto più inflessibile e rapida nell’optare un verdetto piuttosto che un altro.
In questo senso, le carrellologhe pionieristiche, fornirono una loro ermenutica del problema attraverso appunto la teoria del duplice effetto: è vero che salvando i cinque attraverso la gettata dell’uomo grasso si starebbe sacrificando una vita in qualche modo “imprevista“, ma la sua stessa morte non è intenzionale, bensì solo prevista. In gergo non esiteremo a definirla un ‘effetto collaterale’.
Ben diverso sarebbe se sfruttassimo una vita in maniera finalistica, cioè intenzionalmente ad uno scopo. Il caso è esplicato da Edmonds con l’esempio del medico.
Calzate le vesti di un medico, immaginatevi come il solo che può prendere decisioni in reparto. Avete in ambulatorio cinque ragazzi sani, forti, promettenti, eccezion fatta che necessitano entro 24 ore di un trapianto d’organi ciascuno (chi al cuore, chi ai polmoni, chi ai reni, chi al fegato, chi all’intestino e chi al pancreas). Giunge, d’improvviso e d’urgenza un anziano, instabile e destinato inevitabilmente a morire a causa di un’emorragia irrisolvibile (il suo gruppo sanguigno è rarissimo, introvabile). Sta per decedere, morirà con certezza, e se lo facesse poco prima delle 24 ore la sua fine sarebbe almeno compensata dal salvataggio dei cinque giovani in lista d’attesa per l’intervento.
Potete aspettare e sperare che muoia “per tempo” o deliberare sulla faccenda, accelerare l’inevitabile e curare i ragazzi col trapianto. Vi affidate alla sorte? Oppure iniettate morfina all’anziano tanto quanto basta per rendergli indolore il decesso e asportare gli organi (e dunque salvare i cinque)?
Qui, sostengono Foot ed Anscombe, salvare cinque sacrificandone uno non è indifferentemente uguale a quanto accadrebbe nell’esempio del ponte: come vedremo a breve, state intenzionalmente agendo in maniera attiva e strumentale. (Analogamente accadrebbe se si applicasse volontariamente la tortura fisica durante un importante interrogatorio, anche se e quando per ragioni estreme, delicate quali un presunto attentato terroristico sventato).

Ma ciò che, a mio avviso, sorprende maggiormente è che la paradossalità del caso, cioè il dover essere costretti a decretare chi vive e chi muore, di questi esempi psicologici trova corrispondenza in avvenimenti realmente accaduti.
Si pensi a chi, pur di non essere scoperto durante i raid nazisti, era costretto a soffocare il pianto del proprio neonato uccidendolo.
Si pensi a Dudley che nel mezzo di una tempesta marina si ritrovò chiuso in una sotto cabina della sua imbarcazione fuori rotta da giorni nell’oceano, assieme a tre suoi compagni. Essiccati dal sole, corrosi dalla salsedine, stremati dalla sete (a cui sopperivano bevendo le loro stesse urine) e dalla fame (avevano con sé solo due latte di rape cotte), finirono per avvicinarsi sempre più alla morte. Fu così che Dudley trovò utile nutrirsi del più giovane e malandato della comitiva in quanto privo di una moglie e dei cinque figli che invece la sua morte avrebbe mandato alla rovina.
Si pensi infine a quando Winston Churchill, durante la II Guerra Mondiale dovette arrogarsi la scelta di deviare l’aereo nemico che bombardava e mitragliava Londra, deragliandolo e distruggendolo, pur sapendo che si sarebbe schiantato contro una massiccia (ma sempre minore di quella che andava distruggendosi) parte della città e dei cittadini.

In questo modo Edmonds, attraverso uno stile sciolto, mai banale e fresco ci affaccia alla durezza della storia e del caso. E pensare che tutto nasce da un esempio demenziale e fumettistico. A colpire è la sua semi-neutralità (nonostante confesserà, nella penultima frase del testo, che non ucciderebbe l’uomo grasso): sostenendo apertamente la ‘normalità‘ di ambedue le posizioni, quella condannatrice e quella salvifica, Edmonds e gli studiosi della carrellologia, sostengono che le posizioni predominanti ruotano attorno a due filoni etici, due filosofie della prassi e, dunque, due prospettive normative bipolari: la deontologiasoprattutto kantiana– da un lato, l’utilitarismo– specie quello radicale fondato da Bentham – dall’altro.
La prima visione dell’agire, cioè la deontologia di Kant in primis, si basa sul non essere, su ciò che non deve avvenire (in senso molto lato): come sancito nella Critica della ragion pratica, emblematicamente, l’individuo non deve fare dell’uomo, così come di ogni altro ente, un mezzo, ma un fine; non deve pensare agli altri come in funzione di sé e dei suoi interessi (anche se intenzionato a salvare cinque vite), ma deve pensare al prossimo per ciò che è, una persona non destinata a morire in quanto tale. In soldoni, non si deve uccidere l’uomo grasso.
L’utilitarismo benthamiano, col suo calcolo algoritmico dell’utile (pensato come vantaggioso, produttivo e positivo), crea una cifra matematica capace di guidare l’agire umano: quasi come fosse un automa, il soggetto deve ponderare meta-umanamente, impassibilmente, il rapporto tra danni e guadagni, costi e benefici. Cinque vite sono più di una? Bene, che si getti il grassone giù dal ponte!

E tu, da che parte stai? Uccideresti l’uomo grasso?

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