PARERI DI UN INGUARIBILE RIBELLE – CONSIDERAZIONI SU “LA PASSIONE RIBELLE” DI PAOLA MASTROCOLA (EDITORI LATERZA)|RECENSIONE|

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TITOLO: La passione ribelle

AUTRICE: Paola Mastrocola

ANNO: 2015

CASA EDITRICE: Editori Laterza

NUMERO DI PAGINE: 149

PREZZO DI COPERTINA: 14€


SECONDA DI COPERTINA:

Oggi non si studia più. È da predestinati alla sconfitta. Lo studio evoca Leopardi che perde la giovinezza, si rovina la salute e rimane solo come un cane. È Pinocchio che vende i libri per andare a vedere le marionette. È la scuola, l’adolescenza coi brufoli, la fatica, la noia, il dovere. È un’ombra che oscura il mondo, è una crepa sul muro: incrina e abbuia la nostra gaudente e affollata voglia di vivere nel presente. Lo studio è sparito dalle nostre vite. E con lui è sparito il piacere per le cose che si fanno senza pensare a cosa servono. La cosa più incredibile è che non importa a nessuno.


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COMMENTO AL TESTO:

Diciamocelo, quanto spesso vediamo o sentiamo parlare di studio? Quante volte usiamo il verbo “studiare” o ci capita di intercettarlo nelle conversazioni altrui?
Non c’è vergogna oggi nel vedere sudare o sputare un calciatore, ansimare un sollevatore di pesi, sanguinare un pugile. Non c’è nulla di strano nel ritratto del dipendente di una fabbrica stanco, stremato e avvizzito dalle ore trascorse sotto i ferri. Non ci stupisce l’idea di una modella magra, smilza, slanciata. Non ci colpisce nessuna di queste cose, sono normali. Normale non è (più) invece immaginare un giovane adolescente, nel pieno delle sue forze, tsunami ormonali, patologie acneiche, chino sui libri, impiastricciato d’inchiostro, intento a evidenziare, cerchiare, ripetere un paragrafo o leggere un nome russo così tante volte da addormentarsi sulla scrivania della propria camera.
Questo sì che fa strano. Pensare allo studio oggi è come pensare al cartaceo tra vent’anni: demodé e controcorrente. Ce lo dice e dimostra Paola Mastrocola in questo volume edito Laterza, a metà tra il soliloquio e il saggio breve, con un climax che procede dall’invettiva alla satira; dalla malinconia alla nostalgia; dalla frustrazione all’invito alla cultura.
Allo studio, allo studiare e allo studioso cadetto è dedicato “La passione ribelle”; a quelle poche specie in via di estinzione, neglette, nascoste ma che Paola speranzosamente vuole credere ancora viventi, dietro le quinte del consumismo odierno. Le prime battute concernono un tagliente e duro attacco a ogni istituzione, tradizionale e non. Allo studio, quello giusto, sano e corretto, quello che forma chi di studio vivrà o meno, non ci invita più niente e nessuno.
Non lo fanno le famiglie, che pretendono ottime pagelle e buoni risultati, carriere universitarie eccellenti in facoltà promettenti, ma che si scagliano contro i professori quando il giovanotto becca l’insufficienza o la nota disciplinare; le stesse famiglie che pianificano un tempo libero extra scolastico fatto di sport, corsi, eventi in cui lo studio non configura che come un impaccio tutt’altro che gradevole e ammissibile. Il ragazzo non può studiare. Ha una vita, perbacco, non può bruciarsi gli anni migliori della sua vita preparando esami, schedando capitoli o traducendo due versioni alla settimana.
Non lo fa più nemmeno la scuola, fatiscente nelle strutture e nelle metodologie forzate, composta da personale atrofizzato dalla monotonia, incapace di veicolare passione e amore per lo studio a causa di programmi preconfezionati da un lato e lo strapotere degli alunni (e delle famiglie stesse) dall’altro. Sempre più riforme, ma nessun miglioramento. Innovazioni a s-vantaggio dell’alunno, attraverso libri di testo ‘aggiornati’, pieni di immagini invitanti ma nessun contenuto di qualità: l’epica e l’educazione civica sono dimentiche, a un certo punto, proprio quando servono, non si studiano più direttamente o, se siamo fortunati, le si apprendono attraverso orrende versioni in prosa che trasfigurano la Costituzione e Omero, deturpandone lo splendore e facilitando all’alunno qualcosa a cui è giusto arrivi senza scorciatoie, come sempre è stato, cosicché arrivi alle superiori senza sembrare un incapace.
Per non parlare della politica, più impegnata a diatribe da salotto, piuttosto che alla formazione di una generazione seria e disciplinata; delle biblioteche, bar alternativi per gli universitari, che fungono da sedi di ristoro, abbandono di borse e manuali e non cedono più un loro gioiello da eoni!
Sono parole forti, quelle della Mastrocola, affilate e avvelenate. Sono le parole di chi guarda conscio e impotente la disfatta dello studiare da dietro la cattedra. In un’altalena di emozioni descrive lo scenario distopico dello studio d’oggi, e si capisce che così non deve e non può proprio andare. È certamente un parere parziale, non di certo super partes, ma ci sta eccome: è la giusta reazione di un’umanista affranta, che vede l’oblio di Maestri come Petrarca, Boccaccio, Dante, Platone, Omero, Esiodo, Kant o Hegel. Sono frasi scritte da letterata, non da scientista, ma a favore anche delle scienze, di ogni campo di studio, a dir la verità. La quantità, il tentativo di circoscrivere tutto attraverso numeri, codici, etichette cristallizzate vince sull’amor di conoscenza che invece è creativo, divergente, audace ed eclettico. Ogni forma di sapere deriva dalla qualità, dal prendersi una pausa, aprire i propri orizzonti e, soprattutto, amare le contraddizioni. Questo è lo studio, e la sua personalissima definizione, Paola Mastrocola ce la fornisce e sviscera parola per parola a metà del suo percorso, a pagina 79. Leggiamo:

Stare seduti per ore in un luogo appartato, soli, scollegati da tutto il resto, con un libro aperto davanti, indugiando sulle parole, fino a memorizzare, cioè fino a quando quel che sta scritto nel libro non si sia trasferito nel cervello e lì permanga se non per sempre, almeno il più a lungo possibile, e senza alcuno scopo immediato e concreto.

Di questa suggestiva definizione saltano subito all’occhio termini che rimandano alla solitudine, allo stare soli con se stessi e per se stessi, fermi nel divenire e nel trambusto del presente, protetti dalle pagine di un libro che sa di antico e sacro; alla quiete, interiore, conoscitiva ed emotiva, a quella stasi volta alla dinamicità e dialettica, non di certo all’immobilismo attuale; alla memorizzazione, che non va ad appannaggio del nozionismo, ma di quanto basta a ricordare i punti fermi da cui partire oggi e domani; l’assenza di un ‘immediato e concreto’ scopo, aspetto essenziale dello studio che è dunque privo di un materialistico e utilitaristico finalismo, ma nasce e muore in se stesso, senza degenerare in lucro, ozio, ostentazione.
Metafora scultorea dello studio è il prodotto di Rodin, il suo Pensatore, chino, accartocciato, intento a rovistare nelle profondità della sua anima, forte ma esile. L’immagine di quella fermezza che oggi appare lontana, inimmaginabile, in un mondo dove tutto va veloce e senza sosta, in cui esiste un aggiornamento per ogni cosa, dove se non acceleri sei obsoleto, diverso, sbagliato, distrutto.
Intro-versi: così dobbiamo essere nello studio e grazie allo studio. Rivolti su noi stessi e ciò di cui fruiamo non per superare un artificiale test d’ingresso o il dis-umano concorso d’insegnamento (per automi), ma solo per amore. Amore per la conoscenza, amore dei valori, la vita, i suoi bellissimi concetti astratti, su cui sognare e progettare. Un sentimento che sappia essere anche senza avere, che abbia ragion d’esistere pur senza un obiettivo al di fuori dell’arricchimento personale.

Un’opera che rattrista, certo. Lascia l’amaro in bocca a chi si sente prigioniero di una caverna dove a detenere le sorti della cultura sono poveri analfabeti pronti ad ucciderti se muovi un dito, un po’ come disse Platone attraverso un indimenticabile mito oggi pronto ad essere dimenticato.

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