Leggere rende migliori? – Domande scomode per chi non ama pensare

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Una domanda, questa, che pare trovare largo consenso tra i lettori e, sorprendentemente, anche tra chi lettore non è; un quesito a cui mi sono opposto, scatenando una reazione non sempre a favore. Effettivamente, mi son sempre chiesto se la lettura abbia la miracolosa capacità di rendere migliore chi se ne serve, è naturale ritenere vantaggioso ciò che si fa, perseguiamo ciò che ci migliora, non il contrario (o almeno ciò che crediamo ci migliori!).
A dare la scintilla al tutto è stato però, a onor del vero, un piccolo articolo di Paolo di Paolo, scrittore e lettore – ricordatevelo, dopo ciò che troverete di qui a qualche riga – racchiuso nella raccolta d’autore edita Laterza dal titolo “Il pregiudizio universale” (da me recensita su Instagram proprio qui). Di lì a qualche giorno dall’averlo letto, ci ho pensato, ho metabolizzato il tutto e ne ho parlato sui social con voi: inutile dire quante sono state le stangate proprio da lettori e lettrici, i cosiddetti booklovers: fanatici del libro, assuefatti dalla carta, ciecamente asserviti dal suo profumo e consumati da una passione che, come volevasi dimostrare, non sempre rende migliori.
La (mia) verità, senza troppe pretese, è la seguente: l’enunciato “leggere rende migliori” non è valido per almeno due ragioni, in quanto la lettura non è il solo canale di fruizione conoscitiva e in quanto la fruizione stessa non implica una aprioristica incidenza sulla nostra costituzione psichica.

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Non starò qui a tenere un reportage antropo-sociologico, né esporrò un sermone storico-culturale. Eppure è necessario, affinché si colga il mio punto di vista, comprendere la realtà dei fatti a partire dai fatti stessi, indi per cui vorrei fornirvi alcuni esempi emblematici a fini illustrativi.
Prima dell’età alessandrina (sostanzialmente dal termine del IV ma soprattutto dal III secolo a.C.) la scrittura era, dal punto di vista formativo, ritenuta una prassi assai marginale. Si scriveva per ragioni economiche, di calcolo, di registrazione. In sostanza, la scrittura agiva come oggi agiscono i file digitali: era un mero strumento mnemonico, utile a conservare nozionistici elementi piuttosto che fornire conoscenze e lezioni. Al ginnasio si andava sì per conoscere la scrittura, ma prima di leggere si parlava, si studiavano l’arte della retorica (il bel dire) e dell’oratoria (l’arte del parlare al pubblico, figure politiche e giuridiche in primis). Non è un caso se, pur esistendo la scrittura (dunque potendo, anche se con un largo margine di analfabetismo), l’intero mondo greco fondò la sua colossale cultura, di cui oggi ancora sostentiamo, sull’oralità: la viva voce ha conservato e trasmigrato Iliade, Odissea omeriche, la produzione di Esiodo, il teatro tragi-comico da Eschilo ad Aristofane, ma soprattutto la filosofia e la poesia dall’età arcaica a quella classica: da Parmenide ai Sofisti, da Eraclito a Socrate, da Platone ad Aristotele notiamo che si scriveva poco e per un uso tutt’altro che rivolto alla lettura di massa. Quel che buttavano per iscritto era letto da loro stessi, alla meglio da qualche allievo che tuttavia non basava le sue conoscenze sullo scritto, ma necessitava di una lezione orale. Cosa deduciamo da questo dato inconfutabile? Che la lettura, anche per il popolo più pregno e culturalmente elevato della storia occidentale, non era né il migliore né il più utile metodo di conoscenza. Leggete il mito di Theuth raccolto nel Fedone platonico, studiate di Socrate, della capacità antica di conservare migliaia di versi arcaici e scoprirete che la scrittura – dunque la lettura di ciò che scritto viene fruito – non ha fatto altro che atrofizzare le nostre funzioni conoscitive, limitar il range d’apprendimento, stancare le nostre meningi; crea l’apparenza di conoscenza, una sua ombra, ma non la garantisce né implica; il libro non può argomentare un punto a noi poco chiaro, non può difendersi, non può in sostanza essere esaustivo, è mutilo, manchevole.
Ma, andiamo più avanti nel tempo, e scopriremo che in innumerevoli tradizioni o popoli  diversi dal nostro, non si è appreso via libro. Si pensi all’Amazzonia, ai clan eschimesi, alle genti africane dove si scrive per contare e registrare, ma non per migliorare: a quello ci pensano i canti, le storie, le voci. Per non parlare delle capacità di parola che possiedono le raffigurazioni artistiche, i fregi sacrali, i canti religiosi, la fotografia, il cinema, la melodia.

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Sfatato che la lettura non è la sola via per l’apprendimento (condizione imprescindibile per migliorare), addentriamoci nel secondo pregiudizio insito nel pregiudizio stesso: chi legge migliora. Ora, se così fosse, cioè se chiunque leggesse un libro facesse un passo in avanti verso la perfezione etico-esistenziali, ne deriverebbe che tra i più colti essere umani troveremmo anche i più pii e i più santi. Ma allora com’è che Hitler lesse e scrisse tanto ma non è oggi ricordato come martire? Com’è che Mussolini fece altrettanto ma non lo si celebra come patrono dell’Italia? Come spiegare la formazione dei più cruenti uomini di legge, di scienza, di fede: papi, ingegneri, inquisitori; bibliofili accaniti, poliglotti, cosmopoliti eppure dittatori, tiranni, pluriomicidi, sadici e infimi.
Perdiamo questo elitarismo intellettualoide che ci contraddistingue e facciamocene una ragione: avere fra le mani un libro potrà avvincerci o insegnarci, ma non ne consegue necessariamente un migliorismo. E, badate bene, la parola necessariamente non è casuale, ma è forte e inequivocabile: necessario è ciò che non può non essere, ciò che deve essere sempre e comunque. So che noi lettori siamo da sempre marginalizzati, lasciati a noi stessi, confinati ai margini del materialismo consumistico di un tempo in cui lo studio fa rabbrividire, ma l’equazione lettura = miglioria non tiene comunque.
Certo, la lettura accresce e arricchisce, ma questo lo fanno anche i fregi del Partenone, i canti del Kenya, le tragedie di Shakespeare e le opere di Verdi; eppure non si leggono mica! A dir la verità è l’uso che della lettura si fa a decidere le sorti del suo effetto: la lettura non è diletto, non è puro intrattenimento. È un atto politico, un atto consapevole e responsabile. È un’azione forte, prepotente, spesso irriverente. Il lettore è scomodo, è pericoloso perché può leggere tra le righe del suo presente.

Leggere informa, ma non migliora (sempre)!

Un pensiero riguardo “Leggere rende migliori? – Domande scomode per chi non ama pensare

  1. Molto interessante il tuo articolo. Racchiuso nella fotografia che ho postato ieri, o l’altro ieri: “La lettura è sopravvalutata. Non leggo un libro da anni e sto bene lo stesso, grazie tante”: questa la frase fotografica.
    Se io avessi imparato appreso, se io fossi migliorata attraverso la lettura sarei perfetta, essendo una forte lettrice. In realtà vo cercando e cercando ovunque, e quindi anche nei libri, un segno un segnale una via per arricchirmi e migliorare. Ma per ora solo più confusione. Il pensiero filosofico ormai è pensiero debole, si sa. Buona giornata

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