TU HAI QUEL CHE SEI – CONSIDERAZIONI SU “AVERE O ESSERE?” DI ERICH FROMM (MONDADORI)| RECENSIONE |

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TITOLO: Avere o essere?
TITOLO ORIGINALE: To Have or to Be?

AUTORE: Erich Fromm
TRADUTTORE: Francesco Saba Sardi

ANNO: 1976

CASA EDITRICE: Mondadori – OscarMondadori

NUMERO DI PAGINE: 266

PREZZO DI COPERTINA: 13€

 


 QUARTA DI COPERTINA:

La prevalenza della modalità esistenziale dell’avere ha determinato la situazione dell’uomo contemporaneo: ridotto a ingranaggio della macchina burocratica; manipolato nei gusti, nelle opinioni e nei sentimenti dai governi, dall’industria, dai mass media; costretto a vivere in un ambiente degradato. Contro questo modello dominante, Fromm delinea le caratteristiche di un’esistenza incentrata sulla modalità dell’essere, in quanto attività autenticamente produttiva e creativa, capace di offrire all’individuo e alla società la possibilità di realizzare un nuovo e più profondo umanesimo.


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COMMENTO AL TESTO:

Pochi Autori possono oggi dirsi della stessa statura di Erich Fromm. Effettivamente la sua filosofia, il suo taglio analitico e la sue eleganza compositiva fanno di lui un maestro del nostro tempo, sotto tanti punti di vista insuperato. Tra le numerosissime grandi composizioni, ho scelto di affrontare – e di rimando commentare – una delle più significative quale è “Avere o essere?“.

Come spesso accade, per poter comprendere appieno un grande pensatore e la sua opera non basta limitarsi a leggerla così di getto: bisogna adottare circospezione e cautela, conoscere il background che contraddistingue prodotto e produttore in questione. E’ questo il caso di Erich Fromm e il suo testo che, nolenti o volenti, richiedono un quid in più per poter essere studiati. Partiamo da un presupposto imprescindibile: per leggere Fromm bisogna sapere in che habitat storico-culturale è nato, si è sviluppato ma soprattutto distinto. Tale habitat è stata la celeberrima Scuola di Francoforte dove, tra i tanti, si annoverano Horkeimer, Marcuse, Adorno, Benjamin e altri colossi della contemporaneità. Tra le costanti di base della Scuola vi erano il rifiuto di ogni forma di conformismo, qualunquismo, consumismo; l’ostilità verso un’analisi ottimistico-giustificazionistica del reale, in chiave hegeliana e razionalistica laddove l’uomo aveva da poco dato prova di essere molto più negativo e irrazionale di quanto si volesse intendere. Figure ricorrenti sono inoltre quelle del Freud sociologo oltre che psicanalista e del Marx morale, oltre che economico-politico.
Nato e cresciuto in questo clima proficuo e pregno, Erich Fromm sostenne un aperto umanismo dai toni laicamente religiosi, il che è rinvenibile per l’intera opera in questione. Estremamente influenzato dal fideismo socialista, dalla devozione comunista, dall’esistenzialismo cristiano, ebraico, buddhista e via dicendo, il nostro filosofo milita a favore della rinascita e della riscoperta della dimensione dell’essere sopra quella dell’avere.
Infranta quella che lui chiama “La grande promessa”, l’uomo contemporaneo si trova a vivere o in un polo mercificato o in un polo annichilito del nostro pianeta, sia dal punto di vista economico che da quello ideologico: l’utopico sogno di un’eudaimonia planetaria, in cui tutti vivono felici perchè possiedono ciò felici li può rendere è ormai stato sconfessato e ad oggi non resta che intraprendere una delle due possibili scelte.

Possiamo continuar su questa strada, uccidendoci fra di noi, perdendo l’istinto alla sopravvivenza e all’autoconservazione della nostra specie; incrementando il divario tra chi mangia, beve, riceve cure, istruzione, affetto e tutela da una parte e chi muore, digiuna, combatte, soffre dall’altra, fino a quando non ci estingueremo definitivamente. Oppure possiamo rovesciare il nostro sistema di valori, abiurando l’avere a favore del dimenticato essere.
Ma di cosa parla Fromm quando parla di avere e di essere?

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Le due sfere paiono essere diametralmente opposte. L’avere è il regno della quantità, del numero, capace di ingurgitare ogni piano del nostro vivere: linguistamente siamo condizionati dalla mania del ‘ho’, ‘abbiamo’ e ‘avete’ (ho una casa, piuttosto che abito; ho un lavoro, piuttosto che svolgo; ho un’idea, piuttosto che penso; e via dicendo); moralmente scambiamo la gioia col piacere, l’effimero hic et nunc, fine a se stesso rispetto a un’estatica condizione di benessere interiore. L’avere e il consumare convivono poi in un indissolubile circolo vizioso: consumando abbiamo, avendo ci alieniamo da noi stessi, ci qualifichiamo sulla base di ciò che possediamo, ovvero beni al di fuori del nostro Ego; in qualche modo ci definiamo sulla base del nostro possedere cose, e proprio perché cose, queste si corrompono, degenerano, portandoci infine a consumare e acquistare ancora e ancora – e via dicendo, continuamente. L’avere si impone in un’altra infinità di sfere. Nell’arte, nella lettura e nella consocenza; per cui i libri si contano e non si ammirano, le opere d’arte si catalogano ma non si palpano, le scienze si ricordano ma non comprendono.
Eppure la nostra cultura tanto occidentale quanto orientale poggia sui pilastri dell’essere. L’Antico e il Nuovo testamento si nutrono dello spirito, piuttosto che della materia; del pathos anziché dei beni (im)mobili. Idem dicasi per la civiltà dell’est che, imperniata su buddhismo, confucianesimo e induismo, fa del mondo una qualità piuttosto che una quantità da avere e usare. Ma allora, se non agiamo sotto l’egida del cristianesimo, noi occidentali da quale ‘dio’, etica e principi siamo mossi? Da quelli pagani, sostiene Fromm,  più umani che divini, tesi al desiderio di conquista, appropriamento e usura di ogni cosa che è, invece che alla loro contemplazione e ammirazione.

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E difatti le radici dell’avere contemporaneo sembrano risalire alla genesi della proprietà privata, della capitalizzazione di idee, emozioni, diritti, a tal punto da non riuscire più a pensarsi in quanto individui umani, ma ridursi alla stregua di automi lavorativamente determinati, macchinizzati e monodimensionali.
L’avere e l’essere costituiscono così un aut-aut oggi dalle sorti certe: pur constatando che qualche focolaio dell’essere è esistito e ancora oggi cerca di sopravvivere, Fromm non può non appurare che tutto e tutti, senza distinzione di genere, età, status sociale, oggi vivono avendo e possedendo. Ci presentiamo come liste della spesa, perché si sa, più hai meglio è: le esperienze di lavoro, gli interventi estetici, le relazioni sessuali. E a questa logica illogica del profitto non esitano a dar man forte campagne pubblicitarie, movimenti politici, capi di stato.
Inguaribile ottimista addolcito dalla senilità, Erich Fromm non si sente di chiudere il suo bilancio nello stile eschileo dell’inevitabilità di un destino certo. Un piccolo spiraglio lo rileva, offrendo addirittura un programma di cura per l’intera specie umana: lavoro per tutti, lavoro migliore, lavoro minore in primis; assenza di libero mercato volto all’accentramento del potere nelle mani dei soliti o di un unico governo, a favore di un Villaggio Globale; comunismo di possibilità e realizzabilità, dove a parità di capacità seguano pari riscontri; egualitarismo di genere e razza, perché pensare di possedere una donna o di avere qualcosa in più perché si ha un certo colore di pelle non fa di noi un essere umano.
Insomma, un mix di autenticità heiddegeriana, impostazione marxista, veduta freudiana, coscienza storica e tantissima sensibilità fanno di Fromm il filosofo modello del nostro tempo, contaminato dal pluralismo scientifico, culturale e morale, sempre rivolto alla qualità a scapito della misera quantità.

 

 

 

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