ABOLIZIONE DI GENERE – CONSIDERAZIONI SU “XENOFEMMINISMO” DI HELEN HESTER (NERO EDITIONS) | RECENSIONE|

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TITOLO: Xenofemminismo
TITOLO ORIGINALE: Xenofeminism

AUTRICE: Helen Hester
TRADUTTRICE: Clara Ciccioni

ANNO: 2018

CASA EDITRICE: Nero

NUMERO DI PAGINE: 164

PREZZO DI COPERTINA: 15€


RETRO DI COPERTINA:

Abolizione dei generi! Antinaturalismo!Tecno- razionalismo per l’emancipazione totale! Famiglia, corpo, identita sessuale, lavoro domestico: rigettando le fallimentari strategie del femminismo riformista e spezzando il tradizionale legame tra scienza e patriarcato, Helen Hester propone di riconfigurare il potenziale sovversivo della lotta di genere in un mondo trasformato dalla tecnologia e dalla rivoluzione digitale. Audace e iconoclasta, lo xenofemminismo e un invito ad abbracciare il futuro in tutta la sua complessita: «Se la natura e ingiusta, cambia la natura!»


COMMENTO AL TESTO:

Sarò sincero, ho acquistato questo volume un giorno, per caso, catturato soltanto dall’improbabile sovracopertina plastificata e dal titolo semplice ma efficace, mentre curiosavo tra gli scaffali di una libreria d’outlet. Questo vi basti a capire che dietro l’amore per questo libro non esisteva alcun preconcetto, studio pregresso specifico o qualsivoglia intenzionalità. E’ stato solo un fortunatissimo caso.
Come recita la sinossi quassù,Xenofemminismo” non è un testo per sensibili lettori: arriva dritto al bersaglio, e spesso quel bersaglio lo sgretola con veemenza. Eppure nella sua schiettezza, la Hester tiene a fare una precisazione a difesa del suo movimento. “Xenofemminismo” non è lo xenofemminismo stesso, bensì una delle infinite irripetibili ermeneutiche che gli si può affibbiare; un punto di vista soggettivo di un filone contemporaneo che, a detta della stessa autrice, è tutt’altro che univocamente condiviso, nonostante non contenga contraddittorietà interne.
Prima di tutto però la traduttrice Clara Ciccioni affronta l’agognato problema del linguaggio di genere. In ogni lingua, soprattutto europea-occidentale, vige una fortissima discriminazione e asimmetria di genere: si sente il bisogno di creare un dualistico distinguo tra uomo e donna in primis, ma soprattutto di priorizzare l’uno a sfavore dell’altro, per cui è sufficiente ci sia un maschio fra cento donne, affinché si parli di “adulti”, piuttosto che “adulte”. A questo punto, di fronte alla sessistica realtà dei fatti, sostiene la Ciccioni, si imboccano spesso due possibili strade. O si opta per una forma linguistica ‘altra‘, in cui si neutralizzano i soggetti attraverso asterischi, chiocciole, slash (ad. es. “Carissim*”, “Gentilissimi/e” etc); o si opta per un egualitarismo stilistico-espressivo, cosicché si riportano entrambi i target (“Signori e signore”, “tutti e tutte” etc). In entrambi i modi, ci dice la traduttrice, non facciamo altro che corroborare la prospettiva dualistica e binaria del linguaggio, riflesso di un’altrettanta dualistica e binaria natura socio-politica; ricorrendo a tediose perifrasi da un lato o da escamotage che evitano il problema piuttosto che risolverlo. Si dovrebbe andare per una ‘terza via’, invece, cioè ricorrere – ove possibile – a terminologie meta-sessuali, quali ‘persona’, ‘individuo’, ‘soggetto’, dove non si enfatizza né bypassa il problema della differenziazione di genere.
Coscientizzato il lettore, ecco che la Hester può finalmente introdurlo nel suo stesso manifesto, anzitutto spiegando di cosa si parla quando si dice “Xenofemminismo”.

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A grandi linee, lo xenofemminismo è dalla stessa autrice ideato alla stregua di un puzzle, la matassa di mille fili come la cibernetica, la bioetica, il femminismo materialista, l’egualitarismo di genere, il transumanismo e, nondimeno cognitivismo.
Tre sono le parole chiave che in una certa misura riescono a definirlo: tecnomaterialismo, antinaturalismo e abolizionismo di genere.
Ponendo l’accento sul potere parificante della tecnologia – di ogni tipo, complicatezza o funzione -, lo xenofemminismo vede nella sua possibilità di livellare i limiti fisici, avvantaggiare i processi del quotidiano e di elidere le discrepanze biologiche un punto di partenza per il superamento del binarismo uomo-donna. Ripensando alla tecnologia, al progresso artigianale, agli strumenti agevolatori, lo xenofemminismo fa della techne un elemento politicamente e professionalmente (quindi economicamente) potentemente incisivo. Grazie al progresso, è possibile fornire pari possibilità lavorative, il diritto alla genitorialità, cambiare il sesso di chi non sente di incarnarlo e ridurre i tempi di gestazione a favore di una cura di sé e delle proprie aspirazioni di vita.
Istanza complementare alla prospettiva tecnocratica dello xenofemminismo è il suo forte antinaturalismo. Siamo molto più di semplici essere biologici, anzi, la biologia non è affatto ragion sufficiente per decretare concetti extrabiologici quali la normalità, la giustezza, la liceità esistenziali. Non si contesta la corporeità e la sfera fisico-biologica dell’uomo, quella è innegabilmente oggettiva, bensì il fatto che questa sia condizione bastante del nostro esistere, che sia sufficiente avere un pene per diventare un uomo, che sia un sostrato metafisicamente indistruttibile e non manipolabile nonostante si abbiamo infinite prove dei limiti biologici stessi: transessualità, fecondazione in vitro, trapianto organico, cure chemioterapiche e via dicendo sono solo alcuni dei fattori che dimostrano la preponderanza della cultura sulla fisicità.
Ne consegue, come implicazione fondante dello xenofemminismo, l’abolizionismo di genere, dei due generi. Niente binarismo, dualismo, aut-aut uomo-donna. Lo xenofemminismo sostiene che un corpo non basta a fare il genere e che tale genere sia così sfumato di persona in persona da privarci di una tabella classificatoria rigida, dogmatica, stereotipica. Anche in questo caso lo scopo non è quello di negare la diversità di genere tra un uomo e una donna, ma solo sfatare il determinismo di pregiudizi che sussiste tra le due classi, pensate come isolate, ermetiche, imperturbabili. La verità è che i generi sono infiniti, almeno quanto basta da capire che allora, proprio in quanto innumerevoli, non possono bastare o influire nel qualificare un individuo. Dietro il carattere-tipo, con colori, professioni, vizi, virtù, propensioni e destini prestabiliti, dell’uomo o della donna tipo, in realtà si cela una poliedricità insospettabile, indipendentemente dal genitale in dotazione.

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Si può notare una strana relazione di contrasto con il femminismo, almeno con quello della cosiddetta II ondata: al pari del femminismo, lo xenofemminismo persegue lo stesso fine – la parità politica, ontologica, culturale, economica ed esistenziale del genere femminile -, attraverso una rivoluzione ideologicamente legata alla sfera del potere politico e dell’emancipazione economico-lavorativa. D’altro canto, simile e distante appare lo xenofemminismo, invece rivolto ad ogni genere nella sua infinitezza ed elasticità formale, duttile e malleabile, e che interviene sfruttando la scia proficua del progresso tecno-scientifico. Alcuni dei punti più rilevanti di un movimento assolutamente in fieri, perciò capace di cambiamento, sono la possibilità di controllare mestruazioni ed altri effetti collaterali o, ancora,  infrangere il determinismo biologico donna=mamma, mamma=Bambino, Bambino=perpetuazione del binarismo riproduttivo e specialmente della prigionia pragmatica della donna in funzione dell’autoregolamentato genere maschile.

E’ un testo forte, ve l’avevo detto, e lo è a tal punto da andare contro a numerosissimi altri punti del femminismo tradizionale stesso, quando ricorda che la stereotipia e la preclusione sociale hanno trovato terra fertile pure in lui: donne bianche, borghesi, benestanti, ortopratiche hanno avuto primo piano in una lotta di genere che trascurava il genere di colore, trans, povero (le latine negli USA, ad esempio) e periferico.
Ma mettersi qui a raccogliere ogni punto di “Xenofemminismo” sarebbe come cercare di raccogliere il mare in un bicchiere: inutile e vano. Non devo privarvi della bellezza esperienziale di leggere uno dei testi più estremi e al contempo normalizzanti che abbia mai preso fra le mani. Uno scritto rivoluzionario nel suo campo e fuori di esso. Un saggetto che non solo vi consiglio, ma – si fa per dire – vi impongo! Credo che lo xenofemminismo abbia tanti, tantissimi limiti intrinseci ai suoi stessi corollari, come egli stesso ammette per primo; ma credo anche che parta col piede giusto, aprendosi olisticamente a tutti e per tutti, in favore di un solo genere: il genere umano.

2 pensieri riguardo “ABOLIZIONE DI GENERE – CONSIDERAZIONI SU “XENOFEMMINISMO” DI HELEN HESTER (NERO EDITIONS) | RECENSIONE|

  1. Libro interessante, credo di doverlo leggere per farmi un’idea migliore. Non leggo e non parlo di femminismo perché so che molte volte, senza informazione, si possono dire cose totalmente opposte.

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