C’ERA UNA VOLTA L’UNIONE – CONDISERAZIONI SU “NOI SIAMO TEMPESTA” DI MICHELA MURGIA (SALANI EDITORE) | RECENSIONE |

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TITOLO: Noi siamo tempesta – Storie senza eroe che hanno cambiato il mondo

AUTRICE: Michela Murgia

ANNO: 2019

CASA EDITRICE: Salani Editore

NUMERO DI PAGINE: 129

PREZZO DI COPERTINA: 16,90 €


SECONDA DI COPERTINA:

Sventurata è la terra che ha bisogno di eroi, scriveva Bertolt Brecht, ma è difficile credere che avesse ragione se poi le storie degli eroi sono le prime che sentiamo da bambini, le sole che studiamo da ragazzi e le uniche che ci ispirano da adulti. La figura del campione solitario è esaltante, ma non appartiene alla nostra norma: è l’eccezione. La vita quotidiana è fatta invece di imprese mirabili compiute da persone del tutto comuni che hanno saputo mettersi insieme e fidarsi le une delle altre. È così che è nata Wikipedia, che è stato svelato il codice segreto dei nazisti in guerra e che la lotta al razzismo è entrata in tutte le case di chi nel ’68 guardava le Olimpiadi. Michela Murgia ha scelto sedici avventure collettive famosissime o del tutto sconosciute e le ha raccontate come imprese corali, perché l’eroismo è la strada di pochi, ma la collaborazione creativa è un superpotere che appartiene a tutti. Una tempesta alla fine sono solo milioni di gocce d’acqua, ma col giusto vento.


COMMENTO AL TESTO:

“Noi siamo tempesta” è un libro pre-potente, come la sua autrice, come le sue idee, come il suo stesso nome: è una tempestosa raccolta di storie a metà tra sogno e realtà, che però della realtà ci parlano e a questa realtà ci tengono.

Edito da Salani, il volume resta coerente col target designato dalla casa editrice stessa, da sempre rivolta a un target giovanile, ma non solo, un pubblico creativo, aperto, disponibile. I destinatari delle storie inserite dalla Murgia sono difatti il bambino e la bambina, in primo luogo, ma anche colui o colei che quelle storie gliele leggerà prima di andare a dormire, a sua volta fruendone attivamente ma disinteressatamente, come da sempre la favola ha fatto nel corso dei millenni.

La scelta della favola non è per niente casuale, effettivamente. Nasciamo e cresciamo con le favole, con storie che raccontano di personaggi topici e stereotipati, riflesso di un altrettanto stereotipata società: il protagonista è (quasi) sempre un maschio, noto per la sua forza, le sue doti, le sue abilità; la donna incornicia le sue gesta degne di lode; viene immortalato in tutta la sua perfezione, in quanto caso più unico che raro. Ma siamo davvero sicuri che quel superomismo favolesco cui siamo sottoposti non ci dia un’immagine falsata della realtà? A ben vedere, a parte quei Geni che costituiscono l’eccezione che conferma la regola – e che poi si scopre che di una mano d’aiuto hanno avuto bisogno pure loro -, chi studia le vicende umane, l’arte, la letteratura, le imprese belliche e i traguardi politici, si rende immediatamente conto che ognuno di quei successi (o insuccessi) e stato raggiunto in TANTI, INSIEME, DIVERSI. Queste sono non a caso le tre parole chiave sotto cui Michela Murgia scrive “Noi siamo tempesta”, le cui storie senza eroe ribaltano il classico paradigma della favola individualista, filopatriarcale, in cui è l’unione a fare la forza, sono tante anime a produrre il cambiamento, è la diversità a generare progresso.

A rendere ulteriormente eccezionale questo testo sono poi altri due attributi interessantissimi: da un lato le ineccepibili ed eclettiche raffigurazioni grafiche prodotte da The World of Dot, che non solo adornano il volume, ma lo completano, estendendo l’ideologia democratica della Murgia anche a chi non conosce ancora il linguaggio della scrittura, i bambini, ma afferra perfettamente la polisemanticità del disegno; dall’altro, un aspetto che incrementa il valore del libro, stavolta aprendolo anche all’adulto (o al bambino poco, se non mai, cresciuto che è in noi!), è il fatto che ciascuna delle sedici storie proposte è vera, realmente accaduta. Certo, la Murgia adegua al genere della favola aneddoti attraverso discorsi, avvenimenti o espedienti letterari, ma qui la licenza letteraria è più che consentita: quale favola non ha un pizzico di finzione in nuce?

L’intento della Murgia è chiaro, semplice: dimostrare che non è vero che chi fa da sé fa per tre, bensì che è l’unione a far la forza; dimostrare tutto ciò non attraverso finte chimere, ma con i dati di fatto, ricordandoci che guerre, fobie, crisi sociali hanno trovato soluzione nella collettività e nelle dinamiche di gruppo, spesso di un gruppo eterogeneo e misto, anche se oggi fa un po’ strano pensarlo. Alla stregua di Esopo o dei Grimm, Michela Murgia immortala grandi accadimenti, mai in maniera fine a sé stessa, bensì riuscendo nel duplice risultato di non dimenticare il passato e però anche lanciando tanti nevralgici messaggi morali di vitale importanza.

Tra le favole più emblematiche, ovviamente sono degne di menzione “Tutto il sapere del mondo”, che ripercorrendo la nascita del colosso digitale Wikipedia, ci insegna che sono la democraticità, l’intersoggettività, la pluralità a rendere autorevole per un verso e condivisa per un altro ogni sistema di credenze. È solo abolendo verticali gerarchie conoscitive che l’informazione diventa davvero pubblica e ricca.

[…] il sapere non solo è qualcosa che si consulta insieme, ma anche qualcosa che insieme si fa.

Decisamente toccante è “Primo secondo terzo”, il racconto basato sulla premiazione olimpica dei 200 metri piani tenutasi a Città del Messico nel 16 ottobre dello storico 1968.
griot-magazine-peter-norman-white-man-in-that-photo-black-power-salute-1024x1473-1024x1473Fu in quell’occasione che gli afroamericani Tommie Smith e John Carlos, separati sul podio da Peter Norman, giunto secondo al traguardo solo per un palese colpo di fortuna, vinsero rispettivamente oro e bronzo olimpici, non grazie a severi anni di duro allenamento, ma a causa delle difficoltà che la vita da nero comportava negli Stati Uniti del loro tempo (e, per certi versi, comporta anche nel nostro): temprati dal razzismo, lo schiavista modus operandi della loro America, Tommie e John vinsero quella gara, raggiungendo con quel successo, un traguardo ancora più forte, destinato a diventare storia. Membri del non troppo pacifista movimento dei Black Panter, i nostri eroi poterono non solo dimostrare di essere diventati più forti di quanto non si credesse, ma soprattutto poterono esibire i guanti neri e la spilla dell’associazione. Fu un momento caldo e teso, data l’ostilità che lo scenario socio-politico statunitense mostrava verso i Black Panter. Il vertice venne toccato quando anche l’americano Peter Norman indossò la spilla tanto odiata, facendosi portatore di una causa sentita comune, opponendosi insieme ai due a una discriminazione globale.

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«E salimmo su quel muro in piedi, quel muro su cui non avevamo potuto per ventotto anni nemmeno alzare lo sguardo per capire cosa ci fosse oltre, e non ci sembrò più così alto».

Degli innumerevoli variopinti gioielli di questo scrigno, che fa male anche solo a leggerlo, ma ricorda, e il ricordo è funzionale al progresso: passato e presente si incontrano nella storia “Sinfonia berlinese o di liberazione”, dedicato alla caduta del muro di Berlino del 9 novembre 1989. Oggi, quando i muri diventano pericolosi, tanto da volerli imporre anche ai mari, e dove sempre più si sente l’esigenza di ponti onnipresenti, Michela Murgia rammenta l’abbattimento di quella barriera che a partire dal ’61 vide uccise più di cento persone nel tentativo di superarla, di riunirsi alle loro metà. Solo quando la paura e l’oppressione individuali divennero parte della coscienza collettiva, solo quando i picconi vennero presi insieme, rendendo impossibile l’individuazione di un bersaglio circoscritto; solo quando i tedeschi si mossero come un banco di pesci, grande, unito ma indistinto, ecco che la Berlino est poté smettere di essere solo la Berlino est che per più di vent’anni era stata. Quel ‘NOI’, insegna la Murgia, ha fatto la storia e può ancora farla.

A volte basta poco se ad agire sono in tanti.6yikux

Sono bastati tanti atipici copricapi bianchi indossati da semplici casalinghe a destare scalpore nell’Argentina del ’77, in re-azione al tragico fenomeno dei più di trentamila desaparecidos, giovani uccisi, torturati o semplicemente scomparsi e redistribuiti per un paese dittatoriale, che, usando la violenza come strumento di legittimazione politica non ha saputo intervenire di fronte al movimento tanto inoffensivo quanto destabilizzante delle madri private dei loro figli, organizzate in una grande ondata di manifestazioni all’insegna della denuncia di un fatto che meritava risposte e spiegazioni.

Altrettanto estremista e al contempo innocuo è stato quel nastro che nel 1981, grazie al contributo dell’artista Maria Lai, riuscì ad abbracciare la montagna ogliastrina della sarda Ulassai. La dinamica di questo gioco artistico-performativo è molto semplice: unirsi, mediante un nastro azzurro, di casa in casa e poi, successivamente, al cospetto dell’altura paesana. Una cosa più facile a dirsi che a farsi, tuttavia. Così come vuole l’arte vera, quella inter-attiva ed efficace, il nastro e la conseguente unione non furono affatto percepiti come semplici ‘eventi artistici’. Divennero il simbolo di una complicità sociale, un comunitarismo che richieste tanti di quei patteggiamenti tra vicini in faida, famiglie in conflitto intestino o esterno, tensioni, screzi, litigi. L’arte divenne così proiezione del reale e un suo principio di mutamento, vedendo talvolta sparire rancori e vecchie inimicizie, svelando fili che in fondo c’erano sempre stati ancor prima di doversi legare a vicenda.

«La salvezza non serve a niente se ti salvi solo tu».

Un ulteriore ma mai stancante ripresa dell’importanza pragmatica dello stare insieme, dell’esser sincroni è fornita dalla favola che, con il nome “Tutto per un voto”, sussume tutto il suo grande insegnamento con la seguente frase, dalla sapiente mano dell’autrice così scritta:

«Matite contro fucili? Non è così che vogliamo decidere di noi stessi».

Riferendosi al reazionario referendum sull’indipendenza della Catalogna del 1 ottobre 2017. Michela Murgia elucubra sul valore della compartecipazione. Quando a muoversi è un organismo più ampio del singolo soggetto e quando lo si fa per perseguire un principio qual è la libertà d’espressione, di affermazione, di azione, in quel caso una semplice X sa essere il segno più bello del mondo. Allestendo una votazione clandestina, celata alle forze dell’ordine e dal regime politico assolutamente ciecamente vietata, la società catalana riuscì nell’impresa di esprimersi attraverso un’azione comune: tutti, di ogni classe, sesso, levatura sociale, acquistarono ad ore e giorni diversi, lo stesso prodotto – scatole di plastica provenienti dalla Cina – per poter dire la loro, incidere quella X con l’arma più affilata del mondo, una matita. Tutto ciò insegna che coordinati da uno scopo medesimo, individui uniti nella diversità possono parlare per uno Stato, con poco dispendio ma un immenso e storico risultato.

Tra le ultime ma non per questo meno importanti storie, si ricorda quella riferita allo scorso 12 ottobre, in cui la Mare Jonio, imbarcazione umanitaria italiana, costituita da uomini e donne di varia natura (dal giornalista al marinaio, dal videoreporter alla scrittrice) che autofinanziando la propria missione nobilissima, lottando ogni

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giorno contro la disinformazione, l’immoralità, l’illegalità e, nemico ancor più temibile, l’ignoranza, si sono fatti tutt’uno per salvare la vita di centinaia di profughi extracomunitari. Sono affamati, sfollati, nullatenenti, perseguitati, intimoriti o semplicemente fuggitivi che abbandonano la madrepatria per trovarne un’altra, spesso affidandosi alla sola sorte che finora li ha tenuti in vita. Trascendendo i conflitti inter-nazionali, la Mare Jonio – tra le tante – è un’associazione che tutela il diritto universale e inalienabile alla vita, alla sanità, alla gioia di ogni persona in quanto tale. Così, quando in quel giorno di ottobre arriva l’SOS di una barca di otto metri con dentro circa settanta persone, tra cui donne e bambini, la Mare Jonio non sente un dovere bensì un’urgenza intervenire, anche a scapito di un governo che preferisce puntare il dito anziché offrire il proprio braccio a esseri umani, nati in un confine artificiale diverso, ma membri dello stesso gruppo naturale.

«Nessuno ha il diritto di girarsi dall’altra parte e fare finta di non vedere. Sono il capitano della Mare Jonio e non importa se non sapete il mio nome. In mare i nomi non servono per riconoscersi persone.»

Ci sarebbero altre mille fiabe che fanno di “Noi siamo tempesta” una dolce bonaccia letteraria. Si potrebbe parlare della coraggiosa ma soprattutto collettiva impresa della battaglia delle Termopili di trecento guerrieri riuniti in un solo ideale, della matura decisione di una semplice classe scolastica di rasarsi a zero pur di non far pesare un male incurabile a chi quei capelli non li avrebbe voluti vedere cadere come foglie autunno, si potrebbe parlare di storie passate, presenti e future.
Si dovrebbe parlare di ciò che oggi la Sardegna patisce, gettando a terra il suo latte sano e fresco perché svenduto da un sistema economico che lo preferisce al più “economico” prodotto dell’Est.
Si dovrebbe parlare di tanto altro, Michela Murgia ha solo dato il via ad un nuovo modo di vedere le storie… e la storia!

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