E VISSERO PER SEMPRE FILOSOFI E CONTENTI – CONSIDERAZIONI SU “C’ERA UNA VOLTA LA FILOSOFIA…” DI NICOLA ZIPPEL (CAROCCI EDITORE) | RECENSIONE |

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TITOLO: C’era una volta la filosofia…

AUTORE: Nicola Zippel

ANNO: 2018

CASA EDITRICE: Carocci Editore

NUMERO DI PAGINE: 120

PREZZO DI COPERTINA: 12€


SECONDA DI COPERTINA:

Negli ultimi anni si è affermata l’idea che per i bambini sia importante confrontarsi con il ragionamento filosofico e il pensiero critico. Meno frequente, invece, è la considerazione se e in quale misura questo incontro sia rilevante per la stessa filosofia. Il libro è una riflessione che mostra quanto sia prezioso, per la filosofia, parlare con i bambini. Quando fa il suo ingresso in una classe di scuola elementare, la filosofia si rimette in gioco, spogliandosi dell’apparato terminologico, specialistico e autoreferenziale che spesso la caratterizza tanto nei dibattiti accademici quanto nei manuali scolastici. Raccontandosi ai bambini e ascoltando le loro domande acute e spregiudicate, la filosofia torna a parlare il linguaggio delle idee da cui è nata e a contemplare la realtà con quello sguardo meravigliato che condivide con il mondo dell’infanzia.


COMMENTO AL TESTO:

Professore di Filosofia e Storia nei licei, Nicola Zippel condensa in diciotto brevissimi capitoli, tutti estremamente scorrevoli e alla portata di qualsiasi utente, la sua teoria della didattica filosofica infantile. Ci racconta – e dimostra – con tanto di casistiche concrete, che vanno dalle rappresentazioni teatrali alla pittura, dall’epistola col Socrate del V secolo a.C. fino alle serrate discussioni col professore, che, se inserita in un’età e con una metodologia più appropriate, la Filosofia è capace di produrre una felicissima sequenza di effetti largamente benefici per il soggetto e per le sue aspettative socio-professionali future.
Nasce con questo intento “C’era una volta la filosofia…”, un saggio tanto accorpato quanto significativo, edito Carocci editore, che milita sul fronte inascoltato di un rinnovamento dell’insegnamento filosofico entro (e oltre) le aule scolastiche fin dalla prima infanzia; sfatando i più celebri miti della Filosofia pensata come una sterile accozzaglia di terminologie incomprensibilmente cervellotiche, fatta di idee inaccessibili, e per il linguaggio con cui sono espresse e per ciò di cui parlano, rompendo l’immagine di una scienza filosofica elitaria, chiusa in se stessa, verso la quale lo studioso che ne partecipa non può dirsi Filosofo, non può fronteggiare il pensatore né tantomeno pensare di creare una propria visione filosofica. La Filosofia dell’umiliazione, della subordinazione, della paura per un canto e la Filosofia della pedanteria lessicale, autoreferenziale e proibitiva per un altro, devono finire, sostiene non a torto Zippel.

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È un dato di fatto che la Filosofia entra a far parte della forma mentis del giovane in una stagione della sua vita in maniera eccessivamente tardiva: al terzo anno del liceo, lo studio di quest’aliena materia non fa che complicarne e ostacolarne l’apprendimento. Il soggetto si trova spaesato, davanti a un programma assolutamente distinto dalle restanti materie che, più o meno, già aveva incontrato nel suo percorso formativo. Non sa cosa sia la Filosofia, chi sia il filosofo o cosa sia una prospettiva filosofica; non sa come si debba studiare un pensatore, come ci si debba esprimere e quanto di personale ci possa mettere; non sa addirittura di cosa si sta disquisendo, non conosce il linguaggio base né possiede i mezzi per capirlo sufficientemente in fretta. Il risultato è che lo studente o la studentessa non hanno problemi a proseguire nello studio della matematica, dell’inglese o della grammatica italiana (almeno idealmente), mentre quando fa il suo ingresso il o la Prof di Filosofia ecco che tutto si fa enigmatico, come se non bastasse la enigmaticità della disciplina che questi insegna. La conseguenza è, per Zippel, doppia. Da un lato docente e alunni si troveranno storditi e disarmati, giacché il primo dovrà procedere a ritroso, spesso rallentando di settimane solo per fornire i rudimenti di un lessico che non si apprende  certo in quattro lezioni e che dev’essere invece metabolizzato con spontaneità e lentezza, mentre i secondi guarderanno con scetticismo ed estraneità a una materia che effettivamente estranea gli apparirà; dall’altro lato, proprio in virtù di questo senso di stranezza che la Filosofia tardiva genererà nella psyché del singolo, potrà darsi quella curiositas, quella meraviglia di cui parlavano gli antichi, Platone e Aristotele per primi.
Ma che cosa accadrebbe se la Filosofia facesse il suo ingresso, esattamente come tutte le altre materie primarie, fin dall’incipit del curriculum formativo scolastico? Ci sarebbero migliorie nell’apprendimento? Assolutamente sì! La Filosofia, in quanto arte del pensare, principio primo di uno spirito critico, causa di dubbio, dunque di mutamento, superamento, raffinamento, soccorrerebbe l’individuo esistenziale ma amplierebbe anche le sue facoltà analitiche tra le altre discipline, per non parlare delle conseguenze che sul lungo periodo si riscontrerebbero un’ottica lavorativa.
Affinché questo accada, cioè la Filosofia divenga pane quotidiano dalla tenera età, bisogna però capirne e mutarne il cosa e il come.

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Anzitutto la Filosofia, amore per il ben pensare, si deve ripensare. Come giustamente ha ricordato Zippel, essa nasce e cresce dai suoi albori in contesti didattici: fu così con la Scuola Milesia dei primi presocratici, fu così per l’Accademia platonica, il Liceo aristotelico, la Stoà, il Giardino epicureo e, ancor prima, nelle comunità orfico-pitagoriche della magna Grecia. Eppure, questo circolo è passato, trasfigurandosi, da virtuoso a vizioso. La Filosofia, da sempre nota per la sua altezza, raffinatezza concettuale, per essere la madre di ogni scienza, ha aristocratizzato il suo posto fra le discipline, mutando da prima inter partes a prima extra partes. Si è in qualche modo autoalienata, chiamata fuori dalla pragmatica di studio e di applicazione; estraniata da un contesto professionale, metafisicizzata nella prassi, fregiandosi di un linguaggio aulico, ermetico, sublimato nello snobismo e finendo dimenticata a sé stessa. Oggi si ha paura di chiamarsi filosofi, denota l’autore. Bisogna esser morti da almeno duecento anni, aver avuto la barba lunga, un busto o un ritratto o uno scatto che immortali la nostra fronte corrucciata e avere la nomea di grande genio, affinché ci si possa dare dei filosofi. Ma com’è che una laurea in ingegneria rende ingegnere, una laurea in medicina rende medico, mentre una laurea in filosofia rende uno ‘Studioso di Filosofia’? I filosofi hanno questa paura, condivisa anche dai non-filosofi, perché sempre relazionano la Filosofia a qualcosa di altissimo ed eccezionale, come se bisognasse essere il K2 per definirsi montagna.

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Depotenziare la sacrale aura della Filosofia è un primo inizio. Deve seguire, se non l’abolizione, la svalutazione di un uso ermetico di un glossario astruso: da costrittivo a costruttivo, questo dev’essere lo slittamento finalistico. Filosofare significa adottare parole semplici, aperte, suscettibili polisemanticità e fruibili da tutti. Quando il verbo filosofico si fa libero e ossigenato, siamo sulla buona strada per un pensiero dialettico, come Socrate ci ha insegnato: di filosofia necessita il meno colto, non l’accademico.

Non una dottrina ma un’idea: questo va insegnato, difatti, a chi è alle prime armi con la Filosofia. Che Platone abbia elaborato un dualismo onto-gnoseologico, che con la seconda navigazione abbia sancito la genesi della metafisica occidentale, che il suo è un pensiero pre-razionalista e via dicendo, non è studiare il platonismo. In questo caso si parla di dottrina platonica, ovverosia di teorie elaborate su Platone ma non di Platone, e di dottrine, inutili all’inizio dell’apprendimento, il bambino e la bambina non hanno bisogno. Si dovrà insegnare per idee, cioè contenuti concretamente enunciati dal filosofo, come la reminiscenza, la dialettica, il rapporto tra cose fisiche ed enti eidetici, per rimanere nel caso platonico. In altri termini, si dovrà andare verso una didattica della sostanza, del succo vero e proprio, non invece verso una didattica della meta-analisi e dell’ermeneutica filosofica – funzionali ad uno studente che ha ormai studiato ogni elemento base, piuttosto che al digiuno di Filosofia.

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Per di più, a scapito della metodologia – da Zippel non condivisa – inglese, che verte più su un insegnamento di una Filosofia, de-storicizzata, la migliore delle forme di divulgazione è quella delle Storie della Filosofia: attraversando epoche e idee differenti, scoprendo la correlazione tra spazio, tempo e pensiero, capendo l’importanza del contesto e della mutevolezza umana, il fruitore assumerà una visione duttile, una mentalità dialettica e uno spirito antidogmatico sia in senso formativo che da un punto di vista etico-politico-civile e culturale. Educare al cambiamento, al dialogo e al divenire, è questo il segreto della Storia della Filosofia.
Si darà così spazio a una didattica fruibile ed elementare, che verterà sulle basi veicolate da un linguaggio pulito e semplice, peraltro appreso ed espresso anche attraverso numerosi altri canali comunicativi, meglio se in forma attiva. Si pensi al disegno, che consente di abbandonare i vincoli linguistici, dimenticare il nozionismo terminologico e arrivare dove nemmeno paroloni universitari riescono a giungere: raffigurare il logos, il divenire eraclitei; l’essere di Parmenide; il primo motore immobile di Aristotele o il genio maligno cartesiano, ad esempio. Si pensi al teatro, che con le sue mille maschere fonde perfettamente soggetto e oggetto: persona e personaggio diventano tutt’uno, com-partecipando di un unico pensiero elaborato da due menti. Apprendere con stimolo e interesse è l’obiettivo di un’autentica Filosofia, che insegna anche all’insegnante, disarmato dalle domande dirette e schiette dell’affilata parola del bambino, il quale, andando subito al dunque, senza troppe subordinate, pone i ‘perché’ dei ‘perché’, proprio come Socrate, disarmando il docente e facendo davvero Filosofia.

Così, quando la Filosofia viene usata per di-vertire, cioè far guardare altrove; per raccontare, con miti e storie; quando viene usata per crescere in comunione, in maniera inter-attiva e problematica, ecco che in quei momenti, dice Zippel, si fa Filosofia. Semplicità, partecipazione, gradualità, elementarità e infanzia. Queste le parole chiave di un libricino che saprà insegnare più all’adulto che al bambino, più all’esperto ormai dimentico del pathos piuttosto che al fanciullo che di amore per il sapere si nutre fin dai primi vagiti. Un saggio che aiuta a ricordare, a fare anziché dire, in maniera filosofica e creativa, tutti, insieme.

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