IDIOCRAZIA E COME GUARIRE – CONSIDERAZIONI SU “IL TRIONFO DELLA STUPIDITÀ” DI ARMAND FARRACHI (FANDANGO LIBRI) |RECENSIONE|

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TITOLO: Il trionfo della stupidità – La torta al cioccolato del presidente Donald Trump
TITOLO ORIGINALE: Le triomphe de la bêtise

AUTORE: Armand Farrachi
TRADUTTRICE: Camilla Diez

ANNO: 2019

CASA EDITRICE: Fandango Libri

NUMERO DI PAGINE: 83

PREZZO DI COPERTINA: 12€


SECONDA DI COPERTINA:

Mancanza di intelligenza, di ragionamento, di logica, di senso critico, difficoltà a stabilire collegamenti, cogliere le sottigliezze e andare oltre i pregiudizi, disturbo della comprensione, assenza di riferimenti dovuta all’incultura e all’ignoranza, incapacità di giudicare, riflettere, valutare una situazione e le sue conseguenze, goffaggine nell’espressione, pesantezza di spirito, propensione alla gaffe, alla confusione, perversione del gusto, per dirlo in una parola: coglionaggine. Così Armand Farrachi, definisce in questo opuscolo divertente, rabbioso, rivoluzionario la stupidità, male endemico che infesta il nostro quotidiano. Con penna affilata e lucidità crudele l’autore stila una lista, un bestiario di aberrazioni del mondo contemporaneo e la portata è talmente convincente che il lettore stesso si sorprende a volerla completare con rinnovata consapevolezza. Intellettuale burbero e illuminato, Farrachi non si arresta e demolisce i mezzi d’informazione, di comunicazione, di decisione, si rammarica di cose importantissime e punta tutto sull’idea che la stupidità abbia trionfato. Di pagina in pagina il pamphlet si fa più amaro, sottoposta ad autopsia la nostra epoca viene spietatamente dissezionata, auscultata. Nessun rimedio a un male che si annuncia fatale.


COMMENTO AL TESTO:

Quando parliamo di paphmlet la prima impressione, spesso sfortunatamente confermata, è quella di dover approcciarsi a un testo meramente decostruttivo, fine a se stesso, scarno, breve e insufficiente a un’analisi effettiva del contesto a cui quello stesso paphlet si rivolge. In quanto ibrido letterario tra saggio, molto più informativo e argomentativo, e narrazione, di norma meno densa e più scorrevole, il paphmlet e chi lo scrive, cadono di frequente nell’errore di limitarsi a contestare il proprio presente senza però risultare utile.
Non nego, perciò, di aver avuto questo timore quando, una volta inviatomi dalla casa editrice che l’ha reso pubblico in Italia, Fandango Libri, questo piccolo libriccino mi è giunto, non sapessi bene cosa aspettarmi. E’ facile che un testo del genere cada nel banale o nel complottismo, ma in questo caso ogni dubbio rimane disatteso: Il trionfo della stupidità, in effetti, tutto è fuorchè un pamphlet di cattivo gusto, ma anzi, lo si potrebbe definire una perla del suo settore. Scritto dal saggista, critico e intellettuale francese Armand Farrachi, Il trionfo della stupidità (o La torta al cioccolato del presidente Donald Trump, sottotitolo sarcastico e sagace) appare come un’ottantina di pagine che catturano e sconfiggono il lettore, spettatore e attore di quanto dal francese viene duramente denunciato.
I punti sviscerati sono estremamente variegati, eppure al contempo, hanno un comune denominatore che li coinvoglia verso un solo elemento, protagonista dell’opera: la stupidità, specie nella sua forma più pericolosa, cioè nella forma di ‘idiocrazia‘, di potere degli idioti.

Anzitutto, cos’è per Farrachi da intendersi per stupidità? Beh, in senso molto lato, la stupidità è propria di chi si dimostra privo di spirito critico, raffinatezza intellettuale, conoscenze linguistiche, capacità di giudizio, metro di condotta logicamente sensato; e di chi, d’altra parte, è propenso alla mediocrità culturale, all’inattività mentale, alla pigrizia gnoseologica. Stupido è chi non si pone dei perché, non conosce l’arte dell’interrogarsi, né quella del dialogo. Stupido è chi, oggi, è contraddistinto da una costituzione psicologica viziata e atrofizzata.
Ma di fatto, qual è il problema? Effettivamente la stupidità è sempre esistita. Anzi,  il colto e l’intelligente hanno potuto dirsi tali grazie alla presenza della stupidità stessa. Panem et circenses: fin dall’antichità più remota l’essere umano ha preferito il divertissement in senso pascaliano, cioè di distrazione, all’edificazione di un’animo sano, robuto, attivo. Universale è quindi la tendenza alla coglionaggine, dice Farrachi senza mezzi termini. Il vero dramma risiede tuttavia nel processo che da ormai più di cinquant’anni affligge l’intera specie umana, nell’ascesa, cioè, di tale stupidità su su, fino agli attici più alti e prestigiosi del potere.
Idiocrazia. Così la chiama, rifacendosi all’omonimo film sempre più vicino allo scenario attuale. Si percorrono numerosi riferimenti ai leader politici di oggi, dal chiacchieratissimo Silvio Berlusconi, con le sue brillanti espressioni razziste, omofobe, sessiste e misogine, fino al dispotismo surreale e distopico dell’imbarazzante Donald Trump, vero e proprio bersaglio ricorrente in tutto il pamphlet, in quanto riflesso esaustivo delle dinamiche odierne, dimostrazione che un uomo di stato non deve più conoscere il suo popolo, sostenerlo e guidarlo con senno, ma dev’essere imprenditore, telegenico, divertente e perchè no, anche pregiudicato.
Quando centinaia di persone, uomini, donne, anziani e bambini sono state uccise da gas tossici, in Siria, e quando questo venne comunicato all’americano noto per i suoi reality show, piuttosto che per le sue doti di politico, occupato a gozzovigliare col Presidente della Cina, ecco che Donald, fresco fresco di elezione, reagisce sganciando cinquantanove missili. Il punto più assurdo non risiede però nella controffensiva americana – che lascia comunque il tempo che trova -, bensì nel fatto che, raccontando questo aneddoto rivestito di tragicità alla giornalista che lo intervistò, piuttosto che argomentare dell’enorme problema in questione, si sia dedicato a sottolineare che questo accadde mentre mangiava la più grossa e buona fetta di torta al cioccolato di sempre. In altri termini, colui che avrebbe dovuto fare da portavoce della reazione statunitense al dramma, colui che aveva risposto sganciando più di cinquanta bombe sul cielo dei suoi nemici, aveva trovato pertinente e in quel momento degno di attenzione il dolce che gustava quella notte, vantandolo entusiasta.  Questo è l’emblematico caso di un uomo che è al potere, uno stupido democraticamente eletto da una massa di stupidi ignari della loro stessa stupidità e della catastrofe in cui vivono.

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L’uomo d’oggi è stupido, sostiene Farrachi, usando un eufemismo. E’ uno stupido guidato da idioti, ignoranti, incompetenti. L’uomo d’oggi ha avvelenato le acque, reso irrespirabile l’aria, decimato le foreste, modificato geneticamente le specie viventi, portato all’estinzione di numerose piante e animali, alcuni per hobby come bracconaggio, pesca sportiva, altri per investire con industrie, nuovi centri turistici, appartamenti e aziende commerciali. L’uomo ha contaminato i suoi stessi alimenti, li consuma ignaro di cosa mangia, cosa beve, con cosa si cura. L’uomo ha reso impossibile garantire salute, sazietà e libertà per tutti, ma c’è chi scoppia disgustosamente di grasso e zucchero, chi trangugia senza sosta bibite gassate e bevande energetiche, chi può accedere ad ogni tipo di trattamento medico, anche se a scapito di quasi metà della popolazione umana.
L’uomo ha dimenticato il senso estetico, sopraggiungendo a quella che l’autore chiama la banalità del brutto: l’anti-estetica è la nuova direttiva. Il più diffuso prodotto artigianale è la sedia in plastica, i migliori prodotti artistici sono graffiti, il più delle volte offensivi e grossolani, i più apprezzati piatti culinari spaziano dal ‘doppio cheeseburgher’ al burro di arachidi. Si guarda ai risultati di quattrocento anni fa e si vede Firenze, il David e le sue forme senza precedenti e ci si chiede che cosa sia accaduto all’uomo contemporaneo, così stupido da non esserne nemmeno conscio.
Le uniche forme di intrattenimento sono display onnipresenti, ipnotizzanti, inibitori di una lenta e sana riflessione, di quiete cerebrale sufficiente a memorizzare, elaborare. Si fissano schermi piatti per vedere disinformazione, violenza, demenzialità, mentre documentari, capolavori cinematografici e spazi di riflessione si vedono perseguitati o addirittura dimenticati.
Non si studia più o lo si fa poco e male. Tutto è ridotto a moderne antologie che prediligono l’articolo di giornale al romanzo intramontabile, che lo stupido trova noioso e poco scorrevole. I conflitti mondiali vengono assimilati senza coscienza, come fossero una mera cozzaglia di date, nomi, luoghi anziché milioni di vite strappate per un errore tanto stupido quanto quelli che potremmo, in quanto stupidi, commettere ancora.
Si vive sotto l’egemonia incontesta della fabbrica dell’ignoranza e dell’indifferenza. Il linguaggio è diventato un’ammasso di ripetizioni, banali giochi parole, espressioni preconfezionate e in cui ogni due locuzioni almeno una dev’essere in inglese, meglio se americano, perché così il trend comanda. Ironia, sagacia, metaforicità sono aspetti obsoleti in quanto raffinati.
A braccetto con la stupidità c’è poi il capitalismo, che mediante standardizzazione, individualismo, fanciullizzazione, divisione e monopolizzazione del lavoro è riuscito ad avere i suoi servi della gleba, lobotomizzati, mutili della loro coscienza politico-sociale, così inebetiti da accogliere il ruolo da automi che viene sovraimposto, per quella miseria che basta per sfamare di merendine e videogames i loro figli.
Il materialismo è consumismo, si compra per comprare e si accumula per accumulare. Tutti gli adepti del dio denaro, che (in)giustamente vede la ricchezza di pochi a scapito della povertà di molti (o quasi tutti), hanno perso la facoltà di spiritualizzare, ritualizzare il mondo fisico: gli oggetti sono svalutati, svenduti una volta che li si possiede, senza che ci si ricordi di ciò che gli altri non hanno, pensando solo ciò che manca e si vorrebbe.
Abbiamo smesso di pensare, tanto che in Francia il famigerato QI è calato, nel corso di dieci anni, di ben quattro punti, mentre però si ritiene che il progresso, lo sviluppo e la crescita siano davvero le colonne portanti del nostro presente.

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Per non parlare, sostiene l’autore sempre più stizzito, dei cosiddetti benpensanti. Coloro che lottano contro discriminazioni di genere, razza, ceto, età, disparità professionale, assimetria politica, a favore di una totale libertà di espressione e azione, figli del politically correct e di un dichiarato neoliberismo e che si ritengono, tutto sommato, delle persone ‘per bene’. Gli stessi benpensanti che non mancano di eliminare ciò che non produce, non consuma, non è conforme alla dittatura del sì, chi è di sinistra perchè comunista a volte, chi è di destra perchè fascista delle altre. Quelle che intravedono razzismo nell’espressione ‘negro’ e che allora adottano il più raffinato ‘nero’, passando per il ‘di colore’, fino a elidere l’identità etnica della persona che ‘è come tutti’. Si ha paura della diversità e allora la si censura, leggendo razzismo in chi constata un semplice dato di fatto e lo fa con parole etimologicamente appropriate (ma non politically correct!).
Ma l’acme di questo climax ascendente viene toccato nelle ultime pagine, quelle contro il processo di americanizzazione; un fenomeno economico, politico, militare, culturale e chi più ne ha più ne metta, che ci ha portato a dimenticare le nostre tradizioni, i nostri principi con una facilità tale da far come se non ci siano mai stati. Abbiamo perso il rispetto verso chi per quella realtà ha combattuto e sudato, abbandonandoci a mode effimere. L’errore, mette subito le mani avanti Farrachi, non risiede nella ricezione di nuovi sistemi: è ordinario che l’incontro porti alla fusione, ma non è così che si ottiene una fusione! Non è annichilendo la propria identità che si recepisce un’alterità. In questo caso stiamo solo sacrificando noi stessi in funzione di un’identità americana che è nata in Europa e che ora il patrimonio europeo divora con le sue linee di mercato, la sua tirannia politica, le sue stereotipie immortalate da serie tv, tant’è che c’è chi alla propria laurea vorrebbe un cilindro quadrato, piuttosto che una corona d’alloro e chi professa Halloween ma non il Natale, senza conoscere la radice etnica di entrambe le feste, tuttavia prediligendo la prima in quanto social.
E così, avendo distrutto il nostro pianeta, tecnologizzato la nostra vita così tanto da essere incapaci di autonomia senza che intervenga un robot, avendo perduto le capacità cognitive che di noi facevano dei sapiens, avendo intossicato i nutrienti, boicottato l’informazione, manipolato i media, eliminato l’istruzione, deturpato la cultura, bastardizzato la nostra lingua, profanato il ruolo del politico, appiattito l’estro estetico, ignorato gli errori passati, l’uomo stupido è ormai giunto al punto di ritorno.

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Dopo aver demolito ogni ambito della contemporaneità, Farrachi palesa il suo stato d’animo. Non ha paura di sembrare nostalgico o conservatore; egli, afferma, non è che un misantropo e, se questo è l’uomo degli ultimi cinquant’anni, come non essere misantropi?
Un pamphlet che intimorisce, disarma stupidi e meno stupidi, giacchè lo stupido avrà altro letame con cui sfamare il proprio spirito, il meno stupido cadrà impotente davanti a un potere idiocratico, letargico e distratto. Una lettura che urge leggere, perché se esiste, sotto sotto, ancora un po’ di intelligenza tra la folla, queste pagine possono servire a dimostrarlo.

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