MIOPIA BELLICA – CONDISERAZIONI SU “LA GUERRA CIECA” DI GABRIELE D’AUTILIA (MELTEMI EDITORE) |RECENSIONE|

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TITOLO: La guerra cieca – Esperienze ottiche e cultura visuale nella Grande guerra

AUTORE: Gabriele D’Autilia

ANNO: 2018

CASA EDITRICE: Meltemi editore

NUMERO DI PAGINE: 452

PREZZO DI COPERTINA: 28€

 


SECONDA DI COPERTINA:

Come e cosa si vedeva durante la Grande guerra? Come sono cambiate le forme di rappresentazione e i modi di vedere in seguito alla catastrofica messa in scena degli orrori della modernità? Paradossalmente, quella che diede luogo a cambiamenti traumatici in ogni campo, dalla geografia politica alla psicologia collettiva, fu una guerra “cieca”: cieca perché, nonostante lo sviluppo e la celebrazione delle tecnologie ottiche nel corso dell’Ottocento, esse non furono in grado, alla prova dei fatti, di mostrarla e raccontarla; perché il nemico scomparve del tutto alla vista e questo diede luogo a una tenace competizione ottica per individuare un pericolo minaccioso o un obiettivo da eliminare; perché si sperimentarono per la prima volta una censura e una propaganda che restituirono al fronte interno una visione parziale o del tutto immaginaria del conflitto; perché i vertici militari e politici volsero lo sguardo al passato e non al futuro, e cioè al Ventesimo secolo che veniva annunciato sui campi di battaglia; perché ci si rifiutò di riconoscere l’orrore e di conservarne il ricordo. Tra il 1914 e il 1918 il mondo conobbe una guerra feroce che negò ogni rappresentazione autentica sia della battaglia sia del sacrificio e dell’eroismo dei soldati; allo stesso tempo le tecnologie ottiche, alle quali era (ed è tuttora) assegnato uno statuto incontestabile di verità, rivelarono per la prima volta una loro straordinaria risorsa: la capacità di mentire “oggettivamente”, una risorsa che a partire da quel momento avrebbero trasmesso, attraverso la pubblicità e la comunicazione politica, alla nostra contemporaneità.


COMMENTO AL TESTO:

Quando mi arrivò a casa La guerra cieca, testo di casa Meltemi editore e scritto dal docente di media e culture visuali Gabriele D’Autilia, dovetti farmi un po’ di coraggio prima di decidermi a leggerlo: leggere della Grande guerra, la cosiddetta prima guerra mondiale, delle sue stragi, massacri, paure ed orrori non è cosa facile; ci vuole coscienza e una buona dose di coraggio. Ed in effetti il saggio in questione si è rivelato illuminante e responsabilizzante come solo un testo importante che affronta un tema altrettanto importante può fare.

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La prima domanda, più che lecita, da porsi concerne il titolo – nonché tesi di fondo – del volume: perché la guerra sarebbe cieca? In che senso?
A tal proposito D’Autilia, ricorrendo al suo ambito di insegnamento che consiste nell’analisi delle dinamiche e dei processi di visione e percezione della realtà socio-individuale, ricorda che il conflitto tenutosi dal 1914 al 1918 è stato cieco per diversi motivi. Perché chi l’ha combattuto non riusciva a vedere né i propri compagni né i suoi rivali, venendo fucilato, soffocato da nubi di gas tossici o saltando in aria a seguito di un’esplosione improvvisa, sufficientemente improvvisa da non riuscire a pre-vederla. Fu una guerra cieca perché si scoprì l’inadeguatezza dei mezzi ottici, fotografici e quanto ne consegue (cinema, media, stampa in primis) di catturare avvenimenti più veloci e devastanti del tempo necessario per afferrare o scattare con l’obbiettivo. Cieca perché la censura e la propaganda offuscavano le menti di chi stava dietro i fronti di battaglia. Cieca perché la si volle dimenticare, distorcere o perfino ignorare.

In questo nuovo, straordinario scenario, la fotografia avrà un ruolo non indifferente. In un mondo inedito dove tempo e spazio furono contratti e accelerati mediante telegrafi e cablogrammi, la fotografia riuscì a cancellare barriere linguistiche, confini nazionali o schieramenti politici, offrendo una realtà nuda, autentica, fruibile anche all’analfabeta. Una prostituzione dell’immagine. Così fu considerata la fotografia, il cui potere mediatico e persuasivo venne scoperto e strumentalizzato non di poco, dalla Grande guerra fino ai nostri giorni. Generando un notevole impatto psichico sulla visione del mondo, la fotografia fu lentamente affiancata da un altro ingegno tecnico destinato a una grande fortuna quale fu il cinema. Come sostenne McLuhan, il cinema sposò il vecchio mondo meccanico attraverso la bobina su cui arrotolare un nastro, combinandolo coi traguardi della neonata era elettrica, capace di conferire vita e forma a semplici fotogrammi che da questo momento in poi animeranno le folle, istruiranno le masse, lobotomizzeranno i civili con scene ad hoc.

In quanto guerra di transizione tra Otto e Novecento, la Grande guerra convisse in quello spirito di ribaltamento che trovò spazio nel cubismo di Picasso, nell’avanguardia pittorica; nella teoria della relatività ristretta di Einstein e nell’ascesa psicanalitica freudiana. Fu un’età all’insegna dell’evoluzione tecnico-scientifica, soprannominata per questo era elettrica: dopo il carbone, l’uso di una risorsa energetica ancora più rapida e ancora più stringente rese istantanea la comunicazione, velocizzando la produzione e uccidendo in maniera tanto repentina quanto invisibile. Il vetro e la luce artificiale predominano così nell’espressione a cavallo tra i due secoli. Lo vediamo nell’architettura urbana, nei mezzi di trasporto e nelle armi sfruttate durante il conflitto.
Ma il preludio della guerra fu anche contraddistinto non solo da mutamenti tecnologici, bensì anche da un forte fermento politico-sociale. Lo spirito romantico aveva generato i suoi semi nazionalistici, rendendo più alti i confini nazionali, incitando le masse alla futura volontà di potenza, di egemonia di Stati pensati dai loro cittadini come invincibili e per questo destinati a comandare. I semi per una lotta intessuta di desiderio di riscatto economico tra le classi sociali, venivano così gettati, conferendo euforia e adrenalina alle giovani reclute convocate per la guerra al fronte: con gioia esasperata vecchi, mogli e madri salutavano i propri cari, in preda a una ossimorica felicità bellica. Della guerra non si aveva cognizione né della sua distruttività né della cecità intrinseche.
Esisteva dunque una forte discrepanza tra la percezione della guerra e la natura autentica della guerra stessa, discrepanza che fu politicamente usata per convincere alla lotta e che impedirà una trasparenza dei reportage fotografici e giornalistici, tanto per cominciare: non si sarebbe visto il vero, ma ciò che bisognava credere vero.

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Allo scoppio del conflitto si scoprì, ora con gaudio ora con rammarico, la doppia natura della tecnologia, amica e nemica insieme. Ci si rese conto che, per quanto elogiata, la scienza non performava ancora come avrebbe dovuto, tant’è che le radio senza fili con cui comunicare non funzionava al meglio, i telefoni erano invece più ottimali, ma i loro fili potevano facilmente essere intercettati o tranciati dai nemici, gli strumenti di segnalazioni ottiche (razzi, fumogeni, bandiere) diventavano invisibili nei momenti più cruciali. Ed ecco che allora, in questo forte sentimento di progresso scientifico, a tornare utili sono ancora i mezzi di un tempo: si trasmettono messaggi criptati grazie a cani staffetta – che però impazziscono sotto il fuoco dell’artiglieria -, si sfruttano i piccioni viaggiatori (ben 9 su 10 giungevano a destinazione!) o, nei casi più estremi, si usava una coppia di compagni, nella speranza che almeno uno dei due sopravvivesse e recasse il messaggio.

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Oltre alla delusione verso l’efficacia tecnica, il vero dramma della Grande guerra fu la sua inaspettata invisibilità. Gas stordenti, gas asfissianti, gas lacrimogeni; mitragliatrici, granate e le nuove armi da fuoco arrivavano, uccidevano, silenziosamente, in maniera imprevedibile e serpentina. La paura della morte imminente generava caos, instabilità emotiva e pazzia all’interno dei ranghi. Si moriva in troppi, troppo speso e troppo in fretta per realizzarlo. Non è un caso se si dovette rimodulare l’intero modus agendi dei combattenti: la vista ha sempre costituito, in guerra più che mai, il fattore centrale per l’individuazione e lo scontro col nemico, un nemico che ora fa paura, perché invisibile, perché subdolo e perché potenzialmente ovunque.

Il nemico fa paura non più per i suoi colori minacciosi ma perché non si vede, e allora sta alla propaganda inventarne l’immagine, non minacciosa e affascinante, ma addirittura disumana.

Ulteriore fattore innovativo fu il cambio di prospettiva con cui si combatteva e fronteggiava il nemico. Alla dimensione orizzontale, difatti, si aggiunse quella verticale determinata dal coinvolgimento di velivoli aerei; dagli scontri alpini ad alta quota, nella coscienza italiana avvenuti in confine austriaco; fino alla sotterranea profondità dei mari dove sommergibili siluravano imbarcazioni; passando per le famosissime trincee, dove come animali gli uomini sguazzavano tra fango, macerie e cadaveri putrefatti, correndo da una sottogalleria ad un’altra, per riemergere in superficie quando clima e fortuna lo permettevano.
Ciononostante, quella aerea è una prospettiva che dall’alto osserva uno scenario sublime, per dirla in termini kantiani: tanto bella quanto terribile, in un connubio di morte ed estetica, che offre una visuale paesaggisticamente razionale, ordinata, pulita. Lo spazio, visto dal lontano cielo è, sostiene D’Autilia, “svuotato dall’esperienza e dal contenuto morale”, dai timori e terrori della Grande guerra cieca. Oltre ad esser ‘belle’, le fotografie dall’alto, prima ancora di venire esposte in gallerie d’arte, costituiranno un ottimo strumento di elaborazione tattica, strategie di guerra, tecniche d’assalto o di difesa. Fu così che numerosissimi fotografi vennero commissionati, non già per regalare uno scorcio di quel drammatico massacro militare, piuttosto per illustrare ciò che gli occhi ciechi dei combattenti, tra fumo, macerie e ombra non riuscivano a scrutare: grazie agli scatti dall’alto si compresero la distanza, la struttura e organizzazione dei fronti nemici, come, dove e quando assalirli; ma non meno importanti furono in ambiti meno correlati, quali la topografia e il documentario.
Uno scenario inedito e imprevisto, dove venendo meno la vista venne meno la sensazione di controllo del reale. Sorse in questo modo il dominio dell’irrazionale. Le percezioni sensoriali prevalenti difatti, sottolinea D’Autilia, non erano ombre e colori; bensì l’odore acre di escrementi, urina e putrefazione dei compagni sotto il fango della trincea; i frastornanti rumori di grida di dolore, esplosioni e colpi d’arma da fuoco: da quel momento i combattenti non sarebbero più stati gli stessi, ma avrebbero subìto lesioni permanenti al sistema uditivo, al mantenimento dell’equilibrio, per non parlare delle dilaganti psicopatologie da stress post-traumatico.
Un interrogativo sorge spontaneo: cosa spingeva le armate a proseguire questo inferno? Non furono ideali religiosi, come poteva accadere in età medioevale; non furono principi politici, come poté riscontrarsi nei motti rivoluzionari francesi; non fu alcun patriottismo come avvenne durante il risorgimento italiano. A guidare i soldati furono persuasione mediatica da un lato e sonno, alcol, insofferenza dall’altro. Insensibilizzati dai numerosi choc patiti, i soggetti potevano cadere nel sonno in piedi, avere attacchi di dissenteria durante gli scontri o morire ubriachi senza avvertire il pericolo. Una guerra non solo cieca, ma anche una guerra uditivo-olfattiva; una guerra folle e esautorante.

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Se da un lato in battaglia regnava la cecità più totale, dall’altro lato il cittadino subiva un controllo ubiquo e opprimente: la sorveglianza del civile, monitorato costantemente, sarà la principale azione con la quale gestire la folla, ricavarne consenso pubblico ricorrendo a un monopolio massmediatico non di poco conto.
Molti elementi entrarono in gioco, ad esempio, tra guerra e cinema, quando si sentì il bisogno di strumentalizzare la violenza del nemico e la pacificità del combattente interno, effemminare lo straniero e virilizzare il compatriotta. Ma non fu così semplice aspettarsi questa finzione dal cosiddetto cinema vero: le immagini riprese mostravano la debolezza di ogni uomo, straniero e non; la crudeltà di un conflitto nato da volontà politiche, piuttosto che pubbliche; la bruttezza, l’ingiustizia e la noiosità che un tale fenomeno rappresentò. Nacquero allora le pellicole fittizie, che gli spettatori credevano autentiche e in cui si soggiogavano le masse convinte che la guerra fosse ciò che si doveva credere, non ciò che davvero era realmente.
Altrettanto accadde per gli altri mezzi comunicativi, quali giornalismo e fotografia. Ricorrendo a fotomontaggi, riproduzioni inesatte o censure sovraimposte, i media raccontavano di una guerra falsa, idealizzata, che mantenesse l’ordine sociale anche a scapito di un’immagine illusoria di ciò che accadeva sul fronte di battaglia.
Vennero allora eliminati dai reportage i feriti e i mutilati di guerra, considerati come uomini depotenziati, oggetto di vergogna o compassione, quasi fossero motivo di debolezza. Venne richiesto ai soldati di sorridere, mostrarsi forti e temprati, anche se poco dopo riprendevano a singhiozzare per la paura di essere uccisi dall’invisibile. Vennero prodotti manifesti, slogan, prime pagine e pubblicità che elogiavano e incitavano all’arruolamento – talvolta istituito come obbligatorio – e ridicolizzavano i temerari. Come barbariche erano rappresentare le armate di fuori e come salvifiche quelle interne.
Passando sotto l’inflessibile filtro di enti appositamente creati, fotografie, pellicole e scritti, si garantiva la pubblicazione di resoconti che perpetuavano quella viziosa tendenza alla “bugia a fin di bene” che troverà esasperazione nei regimi totalitari, fascismo in primis.

Senza speciale autorizzazione era vietato fare fotografie in zona di guerra, mentre per eseguire “cinematografie” era necessario che la ditta produttrice offrisse alcune garanzie. Fotografie e film erano poi sottoposti alla censura del reparto fotografico dell’Ufficio stampa dell’Esercito.

Non di rado accadde che la cecità conoscitiva dei popoli sfociasse nel dominio della superstizione, del mito o, perfino, della fantasia: numerosi i casi di fantocci dai poteri magici, stereotipi sul cannibalismo del nemico. Ma ancora più eclatante fu il risultato offertoci dal caso del celeberrimo J. R. R. Tolkien, che tramutando in draghi gli aerei, in goblin i combattenti e in Sauron l’ubiquità pubblicitaria, declino la Grande guerra in una dimensione epico-fantastica senza precedenti.

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La guerra cieca è, come potrete aver intuito da queste estremamente contratte righe, un testo assai intricato, profondo ed elaborato, dove i casi pragmatici sono intarsiati nella teoria, dove gli esempi e gli studi diventano tutt’uno per spiegare un fenomeno mondiale che segnerà indelebilmente la storia dell’umanità.
La guerra cieca fu l’origine di una propaganda menzognera senza precedenti, da cui scaturì un’ulteriore esaltazione del nazionalismo e del totalitarismo come in seguito accadrà.
Un saggio importante, doverosamente massiccio, che consiglio a chi ancora non vede fascismo nell’attualità, a chi crede che la guerra si una semplice azione vendicativa o a chi non sa quali spalle poggia il nostro presente.

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