NAUFRAGHI DELL’INFINITO – CONSIDERAZIONI SU “VERSO L’INFINITO” DI ENRICO PALANDRI (BOMPIANI EDITORE) |RECENSIONE|

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TITOLO: Verso l’Infinito

AUTORE: Enrico Palandri

ANNO: 2019

CASA EDITRICE: Bompiani editore

NUMERO DI PAGINE: 112

PREZZO DI COPERTINA: 12€

 


SECONDA DI COPERTINA:

Duecento anni dopo la sua stesura, L’infinito amplia ancora lo sguardo. Nell’agile ricognizione di alcuni ambiti biografici e filosofici in cui il ventunenne Leopardi concepisce questi versi, questo libro fa emergere domande attualissime: cosa sia la politica, l’essere stranieri, il nostro senso di noi stessi, come ci condizionino i conflitti umani privati e pubblici, le profonde trasformazioni che discendono da un’amicizia. Scritto come un romanzo filosofico, questo saggio ci trascina verso i grandi orizzonti che Leopardi ha aperto intorno a sé e per tutti noi.


COMMENTO AL TESTO:

Impreziosito da una suggestiva copertina tanto multicolore quanto monocromatica, dove l’Infinito leopardiano fa da epicentro a un paesaggio screziato di tonalità, questo piccolo saggio romanzato, scritto dall’abile penna di Enrico Palandri e pubblicato da Bompiani, prende le sue prime mosse dalla lirica del ventunenne Leopardi spingendosi fino alle contraddizioni, ai timori e alla realtà del nostro presente.
La prima sensazione che si ottiene, già solo leggendone la sinossi, è che questo scritto ci accompagni verso un’esegesi dell’attualità grazie alla sapiente chiave stilistica del genio leopardiano; sensazione che non viene tradita in proseguo di una lettura scorrevole, pulita ma mai vanesia.

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In maniera introspettiva eppure non protagonistica, Palandri dipana la grande problematicità di Giacomo Leopardi, più che un semplice poeta, dalla caratura filosofica e, al contempo, meno di un pensatore puro, giacché in lui preponderano qui versi e quella retorica che esulano dalla filosofia in sé e per sé. Ma allora chi era Lopardi, anzitutto come persona, poi come personaggio?
Leopardi, sostiene l’autore, è il prodotto di un’età transitoria e particolarmente mutevole, che cozza con il conservatorismo di stampo ecclesiastico-romano incarnato dall’austera immagine di suo padre, il conte Monaldo, e che risentirà della prepotenza di uno spirito romantico-risorgimentale dell’Italia di un’unificazione in fieri. Se difatti da un lato il nostro poeta-filosofo si trovò costretto a un’educazione cristianeggiante, in cui l’obbedienza all’auctoritas pontificia, alla sua politica accentratrice e a una cultura che vantava la filiazione di quello che fu l’Impero Romano, dall’altro lato il panorama italiano del primo Ottocento lo spinse ad una visione cosmopolita, multiculturale e poliedrica del mondo. E’ così che le mura di casa, Recanati stesso diventano prigione di una mente che vuole spaziare, viaggiare, conoscere l’alterità ma che non può farlo perché sotto il giogo del tradizionalismo paterno e che dovrà di conseguenza spaziare, viaggiare e conoscere l’alterità attraverso i libri e le lingue del passato, il greco – non conforme alla volontà latinista della Chiesa – in primis.

giacomo_leopardi_lo_infinito_manoscritto_04.gifRibelle e irrequieto, Giacomo crescerà in un clima difficile, a metà tra oppressione ed emancipazione, tra il vecchio e il nuovo, tra l’antico e il reazionario. Stato della Chiesa e nazionalismo italiano spaccheranno in due le sue idee, specie quelle importante dal Romanticismo nordeuropeo: la convinzione cioè che un popolo costituisca un’unità da difendere ad ogni costo, un popolo che per dirsi tale, deve condividere almeno tre fattori: lingua, territorio e cultura.
Ma Giacomo sa bene, da studioso del mondo passato e di quello presente rinvenuto nelle sudate carte, che questi costrutti non sono che utopia, illusione. Un qualcosa che è impossibile prelevare puro e incontaminato sia concettualmente che, soprattutto, concretamente; un qualcosa ancora oggi rivendicato da certi moti politici.
Cosa significa, ad esempio, condividere la medesima lingua? L’italiano stesso, constata Leopardi, non è che l’aggregato di un’eterogenea miscellanea di dialetti, provincialismi così evidenti che un piemontese diviene incomprensibile a un pugliese, a sua volta incomprensibile a un sardo che però non può esser capito da un friulano. Il risultato? La lingua unica, unanime e omogenea non esiste né è mai esistita, come i dialetti greci, le varietà latine e le lingue romanze attestano.
E per quanto riguardo un territorio, in che senso questo determina la nostra appartenenza sociale? Un italiano vissuto vent’anni in Italia e trenta in Francia, sarà più italiano o più francese? Conta dove si è nati? Dunque nascendo in Marocco e conducendo tutta la mia esistenza in Germania sono comunque marocchino? Cosa, poi, circoscrive un territorio? Dei confini artificialmente sanciti, così labili ed instabili da mutare di anno in anno? O i confini naturali, che però nulla hanno a che vedere con concetti antropologici quale quello di Nazione?
Infine la fantomatica cultura, un minestrone di sincretismi e contaminazioni sotto ogni punto di vista, dalla religione all’abbigliamento, dall’arte fino alla concezione della sessualità, ibridi che di ‘puro’ non hanno che il nome con cui si definisce quel composto plurimo.
Da questi dati di fatto, urgenti nel primo ‘800 di Leopardi, ricorrenti nei totalitarismi e nello specifico nel nazi-fascismo, ma esistenti tutt’ora mentre leggi queste righe; tanto Giacomo quanto Palandri traggono una conclusione semplice e sincera: non esiste un’identità, non una sola, almeno.

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Ma un’altra sfumatura è ricorrente nel Leopardi messo in luce dall’autore, che è complementare e correlata al problema identitario che il poeta visse: la ricerca dell’io, la ricerca di sé, e che ci porta direttamente alla meravigliosa lirica da cui ha origine il presente saggio.

Tutta la filosofia e la poesia di Leopardi sarà avvertire la solitudine e il fallimento di questa ricerca. Solitudine immensa, infinita, dove si rifletteva l’intero universo e che è all’improvviso vuota.

Nel tentativo di darsi dei confini e trovarsi degli attributi, nell’impotenza di individuare la sua natura più intima e insondata, in quel viaggio verso l’infinito, Leopardi arriva a e muove da L’Infinito. Nel particolare è l’idea della morte a portarlo a naufragare, quell’idea che è universale, che può tradursi in curiosità o trasfigurarsi in paura, e da cui sgorgano interminabili quesiti. Viviamo per morire, moriamo una volta nati, ma sentiamo di avere più senso di quello che sembra e davanti a questa constatazione, c’è chi vola pindaricamente verso l’alto, finendo per collassare nei suoi sogni; c’è chi cede al nichilismo più cinico, trasvalutando ogni fatto o ente presente; poi c’è chi, come Giacomo Leopardi ha cercato per tutta la vita la quota giusta a cui librarsi, oscillando tra fede e ateismo, tra mania e fobia.

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Quel colle e quella siepe, simboli della prigionia familiare, dell’autoritarietà paterna, della reclusione domestica, diventano salvezza, apertura, nella loro paradossalità di odi et amo.

Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quïete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura.

Davanti ai tre elementi, gli interminati spazi, i sovrumani silenzi, la profondissima quiete, Leopardi ‘nel pensier si finge’. Ed è questo “mi fingo” ad avere due interpretazini che si sommano ed integrano: per un verso, Leopardi si finge in quanto si illude, per un altro si figura gli elementi stessi, che diventano dunque oggetti di convinzione e di delusione aporetica.

… E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando:

L’acme dell’aporeticità è toccato proprio qui, in cui il poeta compara, raffronta il finito del vento all’infinito silenzio. Finito e infinito si rispecchiano l’un l’altro, il primo rimanda al secondo e viceversa, come fosse un microcosmo finito di un macrocosmo infinito.

… e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei.

Ed è dalla constatazione della finitezza della propria esistenza sposata con la presa di coscienza dell’immensa infinitezza del tutto che Leopardi ha cognizione della polarità che intercorre tra l’eterno e le semplici, rapide e inarrestabili stagioni che segnano il nostro essere nel mondo.

… Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.»

Il momento topico. Realizzata la sua piccolezza, che è giocoforza di un sopraggiungere all’immenso, all’eterno, all’infinito, Leopardi annega in questo mare di paura e stupore, conoscenza e ignoranza, di contrari esistenziali. Naufraga nel mare dolce di un oceano salato, ossimoro perfetto per chiudere la filosofia declinata in versi.

DWUDN_2.pngEcco quindi che Leopardi, il suo vissuto e i suoi prodotti, parlano d’attualità e di presente. Ricordano che il nazionalismo non è che fantasia, sciocca e vuota rispetto all’infinitezza; che le barriere umane sono un qualcosa di ridicolo se pensiamo all’eternità cosmica; che il multiculturalismo era, è e sempre sarà.

Che tutti naufragheremo nel nostro mare, prima o poi – l’importante è munirsi di branchie fino a quando abbiamo tempo!

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