MENO CLICK, PIÙ SLOW! – CONSIDERAZIONI SU “SLOW JOURNALISM” DI D. NALBONE E A. PULIAFITO (FANDANGO LIBRI)

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TITOLO: Slow Journalism – Chi ha ucciso il giornalismo?

AUTORI: Daniele Nalbone, Alberto Puliafito

ANNO: 2019

CASA EDITRICE: Fandango Libri

NUMERO DI PAGINE: 251

PREZZO DI COPERTINA: 17,50€


SECONDA DI COPERTINA:

Quale è stato il momento in cui si è spezzato il rapporto di fiducia fra i cittadini e i media? Come sono fatti i contratti giornalistici? Quanto viene pagato un giornalista oggi? E per fare cosa? Uno dei problemi dell’informazione oggi è l’ossessione per la quantità e per la velocità, la convinzione che il giornalismo debba competere con i social. Un altro modello di business: tanta attenzione per gli inserzionisti pubblicitari, poca per i lettori. Il mantra del “fare tanti click sul sito”, la monetizzazione a ogni costo con la pubblicità, la convinzione che nessuno sia disposto a pagare per il giornalismo digitale hanno contribuito a erodere gli spazi di crescita. A partire da queste considerazioni e guardando, fra l’altro, alla lezione del professor Peter Laufer, autore di Slow News – Manifesto per un consumo critico dell’informazione, e a esperienze locali, nazionali e internazionali, questo libro fa un tentativo: quello di andare oltre la semplice critica. Slow Journalism cerca di proporre soluzioni. Daniele Nalbone e Alberto Puliafito hanno una lunga esperienza nel giornalismo tradizionale e soprattutto in quello digitale, condividono una visione del mestiere – e forse anche del modo in cui ci si dovrebbe approcciare al lavoro e alla vita – che li ha portati a indagare su questo tema. Un libro cruciale sia per gli addetti ai lavori sia – soprattutto – per i lettori.


COMMENTO AL TESTO:

Slow Journalism è un saggio di casa Fandango, che me l’ha gentilmente inviato e a cui io non ho potuto resistere. Si tratta di un testo scritto a quattro – ma, se vogliamo anche più – mani, da Daniele Nalbone e Alberto Puliafito; due persone che il giornalismo lo conoscono, lo amano , lo praticano per lavoro e l’hanno studiato, sia nelle vesti più retrò del cartaceo sia nell’ormai affermatosi digitale.
All’interno del testo, che si presenta fin dall’indice come molto scorrevole e di eterogenea struttura, poiché si spazia dall’intervista all’articolo, dall’argomentazione all’elenco puntato, troviamo un’unica imperiosa costante: la diagnosi del giornalismo italiano e la prescrizione di un possibile rimedio, lo slow journalism, appunto.

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I recenti fenomeni di sviluppo ed ampliamento del settore tecno-digitale, sostenuti poi dall’andamento dei social, hanno portato il giornalismo mondale verso una metamorfosi. In un contesto dove la televisione viene rimpiazzata dal cellulare, il libro in cellulosa dall’e-reader, anche il giornale subisce una traumatica rivoluzione concettuale – dalla qualità alla quantità – e materiale – dal cartaceo al digitale. Il web peraltro procede sempre più veloce, in un testa a testa con la luce: in un solo minuto online avvengono su Facebook più di 1.8 milioni di interazioni, vengono pubblicati 41 mila post e caricate circa 350 mila foto in alta definizione; mentre su Twitter compaiono 278 mila tweet e su Google si effettuano 2 milioni di ricerche; su Instagram vengono postate 3.600 fotografie e inviate 208 milioni di email. Come si può facilmente evincere, a ritmo sempre più incalzante, fagocitiamo contenuti, di cui non sentiamo nemmeno il bisogno. Produciamo inutilmente, nutrendoci di cifre sterili, ignorando la sostanza. E, all’interno di quella sostanza c’è anche il giornalismo, preda del consumismo mediatico, della piattezza sociale e vacuità intellettuale.stampa

Come se non bastasse, nel nostro paese ancora non si avverte o quantomeno si riconosce tutto ciò. Di base ci si aggrappa ancora a modelli economici, produttivi e professionali obsoleti, pure nel caso di grandi nomi come Corriere della Sera e RepubblicaÈ accaduto che il giornale non ha saputo rispondere, e tutt’ora ne paga le nefaste conseguenze, ai cambiamenti del nostro secolo: con l’avvento dell’internet, le informazioni gratuite, libere, a più voci e soprattutto capziose, hanno generato un enorme fronte di utenti che oggi desiderano notizie senza prezzo, che assecondino i loro pre-giudizi etico-politici, che possano discordare da quel titolo che non gli sta bene, in cui è possibile commentare e interagire con chi la pensa allo stesso modo e che faccia sentire il lettore del tutto appagato. Così non ha fatto, per ovvie ragioni, il giornalismo tradizionale, che oggi si trova a dover affrontare la doppia sfida di combattere la disinformazione da un lato e ricostituirsi in chiave contemporanea dall’altro.

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Il check-up che Nalbone e Puliafito forniscono del giornale italiano attuale è però particolarmente tragico. Non esistono affatto contratti che tutelino il giornalista online, non esistono diritti del lavoratore, considerato di serie B rispetto al giornalista tradizionale; ci si è dimenticati del vero fruitore, il destinatario delle notizie, si va a un ritmo così rapido che il solo elemento rintracciabile è la presenza di inserzioni commerciali che rendono monetizzato il contenuto, spesso – per non dire sempre – di bassa lega e volto perlopiù a far aprire la notizia all’utente, piuttosto che a informarlo. Non conta la qualità dell’articolo, purché si rimanga entro quel tot di battute, si inserisca un titolo accattivante (le cui implicazioni anche sul piano emotivo hanno insensibilizzato il lettore, anestetizzato dai ridondanti “shock”, “disastro”, “tragedia”) e magari facendo leva sui temi del razzismo, della crisi economica o dei matrimoni vip.
Un ulteriore punto di sfavore al giornalismo classico è che ora non si trova più in una posizione culturalmente egemonica, bensì è schiacciato free-journalism, quel mare di notizie gratuite e di dubbia attendibilità. Se prima il giornalista deteneva una sorta di monopolio dell’informazione, spingendo perciò il lettore all’acquisto e alla fiducia dei suoi contenuti, in extremis dovendosi preoccupare solo di una o due testate concorrenti, oggi non più così: esistono infiniti siti internet che sputano instancabilmente notizie, più o meno vere o manipolate, che hanno il dono della gratuità e dell’elementarità, giocoforza di un ammutinamento verso il giornale tradizionale a favore dell’incompetenza e della bufala del web.
Il problema è che se il digitale può tranquillamente fare a meno del giornalismo, il giornalismo non può più fare a meno del digitale, se vuole sopravvivere; necessita di abbandonare quasi totalmente il formato cartaceo e di inserirsi in un contesto social sperando di ritagliarsi un suo spazio nel gigantismo irrefrenabile e superproduttivo dell’internet. Da questo ne è conseguito che il modello business digitale ha investito l’elemento giornale, costretto al sacrificio del contenuto purché possa produrre sempre più articoli per riempire spazi sulle bacheche degli utenti.
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Da qui si è creato e consolidato il ritratto di un giornale online trasfigurato. Se difatti, adottando le definizioni degli autori, abbiamo informazione quando si riscontrano crescita economica, umana e sociale della popolazione, disinformazione quando si dà vita a sacche di ignoranza che diventano crudeli, al limite del disumano, va da sé che il giornalismo che propina teneri panda o uno “scandalo di Papa Francesco”, è un giornalismo decadente e sconfitto.
Ulteriore aggravante, il clickbait.

“Prima i click, poi la qualità”.

Lo scopo non è tanto di promuovere contenuti autentici, studiati e calibrati, quanto quello di avanzare titoli acchiappa-click, rinforzati da immagini illusorie al fine di far sì che l’utente aprendo l’articolo veda gli sponsor, prema sulle pubblicità e alimenti quel circolo vizioso che è il cosiddetto clickbaiting. Non conta ciò che si promuove, ma quanto: tre, addirittura a volte quattro articoli ogni qualche manciata di minuti, con la tecnica del copia-e-incolla, senza senso critico, appurare la veridicità della notizia o il suo riscontro in chiave sociale.

Altro fattore incriminante è l’assenza di riconoscimenti professionali verso i giornalisti digitali e la paga corrispondente a un loro articolo:

1.000 parole per un pezzo “femminile”: 5 euro
150 parole per una “news di attualità”: 0,50 euro

1.000 parole per un pezzo di gossip: 2,50 euro.

È questo il tariffario di un giornalista 2.0, ed è questo un dato che incentiva al produrre per numero ma non per sostanza. Come può lavorare sul contenuto un giornalista retribuito meno di un euro per un articolo, ad esempio, su un nuovo emendamento? Come potrà non sentirsi braccato da un sistema che piuttosto che la sua analisi del caso, premierà la velocità nevrotica di pubblicare un centinaio di pezzi tra l’oggi e il domani? E, a quel punto, come potranno essere “validi” i prodotti in toto?
Si genererà un ecosistema saturo, un sovraccarico produttivo di contenuti, in cui pagare sempre meno gli articoli spingerà a puntare sulla produzione, aggravando quella che il libro si definisce una spirale recessiva.

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I giornali di nuova generazione perdono così una cruciale parte di credibilità sul piano contenutistico, ma spesso il tutto è problematizzato da un pessimo atteggiamento morale da parte degli stessi, qual è l’assenza di rettifiche e scuse, ove necessario. Sono numerosi i casi – e il testo ce li offre – in cui non solo la testata sbaglia, cosa più che normale, giacché tutti siamo umani, ma addirittura persevera, senza correggere quanto sostenuto e chiedere clemenza da chi, di fatto, il giornale lo fa andare avanti: il cliente, cliente che può sentirsi così screditato, sottovalutato, ignorato e sbeffeggiato. Da qui ci accorgiamo di un fattore ambivalente, e cioè che per un canto il giornalista tradizionale si trova chiuso nell’antiquata torre d’avorio che lo vede ancora superiore, migliore e pieno di sé, incapace d’errore; e per un altro il giornale ha perso la facoltà di mediare con l’utente, col lettore, da cui prende superbamente le distanze, gettandosi la zappa sui piedi.
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Per non parlare del giornalismo delle fake news e della corrotta propaganda ideologico-politica. Entrambi muovono dal medesimo assunto per raggiungere il medesimo fine, perseguito solo con mezzi differenti: catturare il lettore, facendo leva su stimoli catturanti anche a scapito della realtà dei fatti. Le fake news, capaci di fare il giro del mondo con più diffusione e velocità delle notizie reali sono diventate una routine anche delle testate giornalistiche di non poco conto. Crearle è facile, basta prendere un briciolo di informazioni, arricchirle con un’immagine non molto chiara ma pur sempre ambigua e/o attraente, inserire delle parole magiche nel titolo e poi ignorare del tutto il fattore qualità-verità del post.
Ma ciò che va chiarito, sottoscrivono gli stessi autori, è che il prezzo di questo atteggiamento non si traduce solo in un discredito verso il giornale e la figura del giornalista, ma va oltre, entro la sfera dell’etica. Il giornalista, sebbene non portatore di una verità aprioristicamente certa, ha sempre assunto il ruolo di in-formatore, di divulgatore conoscitivo e di portatore di una visione della realtà che fosse il più possibile onesta e trasparente. Questa virtù etica, del giornalista di cui ci si può fidare, è morta e i suoi danni oggi sono più che evidenti. A circolare sono solo cronache nere, disastri, tragedie, attentati, che non a caso coinvolgono quasi esclusivamente etnie, religioni o generi minoritari e negletti. La conseguenza? Una distorsione percettiva.
Vediamolo più nel concreto. L’Italia, paese europeo che gode di una migliore disinformazione, è anche il paese europeo in cui il gap, cioè la differenza, tra quelli che si credono essere gli immigrati e quelli che di fatto, concretamente, sono gli immigrati, è il più elevato (ben 17 punti di scarto). La causa? Un giornalismo che parla unicamente di tragedie apportate da neri, mai da bianchi; ricorda l’aumento ma mai la successiva distribuzione in UE dei cosiddetti extracomunitari.

Ma allora, se il giornalismo ha ceduto la sua credibilità contenutistica, ha svenduto la qualità dei suoi contenuti, si è dimenticato dell’importanza etica e politica del suo lavoro; se il giornalismo va sempre più veloce, accontentandosi di click e non di informazioni, diventando chiavo di monetizzazioni e inserzioni, quale può essere una via di salvezza?
Lo Slow JournalismUn giornalismo sano, pulito, che proceda lento, lentissimo rispetto all’andamento attuale e he si curi dei dettagli e delle informazioni, ma non tanto in termini di velocità, quanto di qualità e attendibilità: non è importante arrivare primi, ma accaparrarsi una larga fetta di lettori disposti ad aspettare anche tre giorni in più, pur di poter leggere notizie approfondite e di cui fidarsi. In un’era dove i tempi sono sempre più incalzanti, assecondare consumismo e sovrapproduzione non può che far implodere il giornalismo, che proprio per questo deve fare inversione di rotta e ripensarsi. Essere slow è difatti molto più che un modello lavorativo: è un mantra, uno stile di vita, di pensiero. Citando numerosi casi in linea con tale filosofia, gli autori dimostrano concretamente e pragmaticamente che fare giornalismo sano, guadagnare e crescere è possibile anche senza svendersi e smerciarsi.

Denuncia del vecchio e rinascita del nuovo giornalismo, impegno verso chi legge ma anche verso chi scrive, elogio dell’informazione vera, ricerca dell’autenticità mediatica, Slow Journalism è un saggio alla portata di tutti, giornalisti e non, utenti cartacei o digitali, che oltre a illuminare su dettagli sconosciuti ai molti, guerreggia contro il dominio dell’avere in difesa dell’essere, della qualità e del contenuto.

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