QUANDO LA SCRITTURA FA DA PROTAGONISTA – CONSIDERAZIONI SU “PLANIMETRIA DI UNA FAMIGLIA FELICE” DI LIA PIANO (BOMPIANI EDITORE)

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TITOLO: Planimetria di una famiglia felice

AUTRICE: Lia Piano

ANNO: 2019

CASA EDITRICE: Bompiani

NUMERO DI PAGINE: 160 

PREZZO DI COPERTINA: 15,00€


SECONDA DI COPERTINA:

Il babbo sa disegnare il mondo, sfida la forza di gravità e costruisce una barca a vela nel seminterrato. La mamma è bellissima, ha i tacchi alti e ancor più alte pile di libri intorno a sé. Maria, la bambinaia, parla in calabrese stretto, non sa leggere e ha un cuore più grande dell’enorme giardino che circonda la casa. I ragazzi sono tre: Marco, alle prese coi primi turbamenti della pubertà, Gioele, afflitto da un’incoercibile balbuzie e da una pericolosa passione per la chimica, e la Nana, che dal basso dei suoi sei anni osserva e racconta. E poi c’è lei: la villa abbarbicata sulla collina sopra Genova dove la famiglia è appena approdata per provare, forse, a diventare normale. Certo, bisognerebbe disperdere la folla di animali di ogni tipo che ritengono di aver diritto di cittadinanza tra quelle mura. Chiudere le porte per impedire che il vento circoli senza tregua per le stanze. Evitare di dormire tutti per terra in salotto solo per godere della luna piena attraverso le vetrate… O forse è proprio questa la planimetria di una famiglia felice? Aprire questo romanzo è come entrare nella grande casa dove è possibile un’infanzia incantata. Poi l’incanto finisce, tutti lo sappiamo: ma qualcuno ha il dono di rimanere in contatto profondo con quella prima luce. L’esordio nella narrativa di Lia Piano è sorprendente proprio per la sicurezza con cui mescola memoria e invenzione, evitando ogni facile nostalgia attraverso la leggerezza. Lo humour che percorre queste pagine è come un gas sottile, che circonda anche le cose difficili e le solleva dal pavimento e dal cuore, per farle volare in una dimensione dove sorridere, e sorridere di sé, è salvifico e magicamente contagioso.


COMMENTO AL TESTO:

Non sono avvezzo ai romanzi, non è una novità. Ma da qualche tempo ho deciso, lentamente di reinserirli nella mia dieta da lettore. Così ho ricominciato, soprattutto l’ho fatto senza scaraventarmi sui mattoni russi e i poemi interminabili; affidandomi a editori di qualità, a collane affidabili e trame che sanno di semplicità e leggerezza.

Con questa predisposizione mi sono approcciato a Planimetria di una famiglia felice, il romanzo esordio di Lia Piano. Sarò sincero, davanti a questa trama non sapevo cosa aspettarmi, non riuscivo a ricrearmi un possibile intreccio narrativo capace di durare quelle cento e passa pagine che costituiscono il romanzo. Al che ho ipotizzato due tipologie di fruizioni: o una piattezza contenutistica alternata da piccoli exploit o una storia dove giocoforza non erano tanto (o soltanto) le figure atipiche eppure a tutti comuni di cui ci parla Lia Piano, bensì la sua stessa scrittura, la sua penna (o tastiera, il che è uguale). Come avrete dedotto dal titolo è stata l’autrice a conquistarmi, con la sua perizia e la sua magica alchimia.

La maestra mi aveva spiegato che i libri sono stati un tempo alberi, che la cellulosa proviene dal legno. Anche questo non era del tutto vero: i libri erano ancora alberi, e dove li posavi mettevano le radici. Se c’erano i libri significava che quella era casa. Finalmente ci eravamo fermati.

Non starò qui a spogliare la storia del suo mistero, che è poi la cosa più bella da scoprire di questo romanzo, ma mi atterrò unicamente alla sinossi che tutti possiamo trovare nella seconda di copertina. Quello del romanzo è uno spaccato che non ha un tempo, non nel senso che è sospeso nel vuoto, ma nel senso che gioca tanto, tantissimo tra passato e presente: non è lineare né circolare, percorre strade scoscese e prende spesso scorciatoie, a volte inciampandoci e insistendoci sapientemente quando serve. Lo spazio, invece, lo troviamo fin dall’incipit e rimarrà quello, se non si tiene conto di una – maledettamente divertente – volta: una casa in una non specifica Genova. E la casa la planimetria di una famiglia felice sono quelle mura che si muovono con loro, che crescono assieme ai personaggi, che vengono buttate giù quando serve, modificate e ricostruite a dovere. È la casa il parco giochi dei tre ragazzi della storia, il giovanotto e spavaldo Marco, il medio timido Gioele e la Nana, protagonista coi cui occhi vediamo ogni scena, una bimba che impara a vivere vivendo e che è furba, scaltra, riflessiva.

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La casa non custodisce solo le dinamiche ludiche dei bambini, ma anche il quotidiano degli adulti. C’è il papà esperto di modellistica navale sempre chiuso nel suo scantinato appena può e c’è la mamma, a metà tra la distrazione e la coccola. Ma soprattutto c’è Maria, la domestica meridionale factotum dell’abitazione, quella che pulisce, cucina, stira, educa e prima ancora fa schiattare dal ridere il lettore con la sua brusca dolcezza da nonna, avvolta nella sua ignorante sapienza, nella sua semplicità che sa di bucato e biscotti.

 

È la casa, dicevamo, la planimetria di una famiglia felice, che è felice nel suo disordine ordinato, nel suo caos razionale, nella sua fantasiosità. Non è un caso se quando qualcuno cercherà di mettere il dito in questo microcosmo familiare, fatto di umani, galline, cani e imbarcazioni, la simmetria tornerà naturalmente a farsi storta, le norme a farsi anormali. Perché qui le regole sono fatte per essere infrante e l’unica priorità è il benessere, il rispetto, la felicità.

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Tuttavia ciò che dalla prima riga all’ultimo punto vi sedurrà volenti o nolenti saranno le mani che dirigono le fila di quest’intreccio narrativo, la burattinaia dei personaggi: l’autrice del libro. Lo stile, il lessico, l’inserimento di discorsi diretti e intime riflessioni, il comico e il serioso, il senso del limite e dell’illimitato, la punteggiatura, le figure retoriche e la capacità di dire al momento giusto ‘ora basta!’… niente in Planimetria di una famiglia felice fa una piega.

Lia Piano ha saputo costruire un romanzo con poca materia prima – perché diciamocelo, avrebbe potuto inserire molti più eventi, personaggi, colpi di scena – senza mai e dico mai dare la sensazione di povertà contenutistica. È la scrittura che qui fa da padrona e, assieme ad essa, la prospettiva della Nana, che è un po’ lo stesso, essendo il tutto narrato dal suo punto di vista. Ogni cosa perde confini netti, si fluidificano gli orizzonti categoriali tipicamente cristallizzati della narrativa: questo non è solo un romanzo famigliare. Nella sua stesura degli eventi l’autrice ha fatto la piccola chimica, molto più di Gioele, unendo realismo a surrealismo, il verismo al fumetto e alla caricatura, il reale al finzionale e, cosa ancor più meritevole, il comico al drammatico.

Sì, perché il romanzo non solo presenta personaggi a-tipici e a-normali, che incarnano nessuno e tutti noi, e non soltanto guarda le cose con gli occhi neutrali della bambina, senza pregiudizi, preconcetti, stereotipi, senso del pudore o conformismo; è ossimorico oltre che nella forma anche nella coloritura emozionale che regala. Si passa da momenti esilaranti ad altri di poco o troppo rattristanti… ad ogni modo si hanno sempre le lacrime agli occhi, vuoi per una frase di Maria, vuoi per le perdite che la vita ci impartisce e che Planimetria di una famiglia felice non rinuncia a testimoniare.

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Per questo mi rivolgo a te, cara Lia, chiedendoti almeno tre cose: quel finale, che non capisci se sia vero o meno, perché ci hai educato a non credere a tutto quello che scrivi e perché è tutto un gioco, anche col lettore, è un finale a cui dover credere, anche se ti spacca il cuore? Confesso di sapere già la risposta di questa domanda, la si trova proprio all’inizio, ma chiedere non fa mai male.

Quanto Nana fa o non fa parte di te? Perché è uno sguardo umano il suo, che non si ferma a vedere le cose, ma le studia, le valuta, le scopre e non le dimentica. È uno sguardo che ti porta a capire se coincida o no con la voce dell’autrice, non solo in termini di strategie narrative – come nel tuo caso.

Infine, tornerai a regalarci altro di tuo? Se sì, puoi anticiparci se non altro con che sapore chiuderemo il libro?

L’avrete capito: Planimetria di una famiglia felice è stata per me la goccia, non che ha fatto traboccare il vaso ma che l’ha scavato fino in fondo. Di pagina in pagina la Nana cresce e quando arrivate al finale capite che siete cresciuti anche voi, che una parte di voi è sospesa in aria e non riuscite più a portarla giù.

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