AVERE IL CORAGGIO DI SCRIVERE ANCORA DI FILOSOFIA – CONSIDERAZIONI SUI TRE SAGGI DI GIUSEPPE TURTURIELLO (ERETICA EDIZIONI) | RECENSIONE |

TITOLO: Esortazione alla filosofia, Potentine, Abbiccì dell’artista

AUTORE: Giuseppe Turturiello

ANNO: 2020

CASA EDITRICE: Eretica Edizioni

NUMERO DI PAGINE: 100

PREZZO DI COPERTINA: 13,00€


Sono pochi, specie in Italia, gli autori che ancora sfidano le logiche di mercato di un panorama culturale che fa della filosofia una mera appendice editoriale: con gli scritti di dissertazione morale, sull’uomo, l’essere e altri irriducibili problemi non si fanno i grandi numeri, e nella tirannide della quantità sulla qualità si capisce bene come e perché gli scritti filosofici, a maggior ragione di autori emergenti, siano prodotti in via di estinzione. Non stupirà allora sapere con quanto entusiasmo accettai la proposta di Giuseppe Turturiello di leggere, dopo il suo primo saggio polemico contro la nozione di provvidenza, il suo secondo risultato, una raccolta di tre saggi (Esortazione alla filosofia, Potentine Abbiccì dell’artista) di argomento misto ma tutti accomunati da un medesimo sentire la ricerca filosofia come cura, un registro linguistico piacevolmente anacronistico, forti influenze greco-antiche e schopenhaueriane, fino a svariate denunce morali.

Prima di concedermi a considerazioni più mirate sui singoli saggi nelle loro specificità, sarà meglio affrontare le costanti stilistiche e concettuali che attraversano tutte e tre le opere. La penna di Turturiello si propone anzitutto come meramente disinteressata: è egli stesso a far presente come quanto verrà scritto non si dovrà a fini commerciali, intrattenimento verso il lettore o, ancora, soddisfazione personale. Ciò che l’autore scrive origina dall’amore per la conoscenza, l’amore per la filosofia, l’amore per quella sola forma di ricerca che è in grado di conservare lo spirito di chi la pratica con autenticità. E però, in questo abbandonarsi alla speculazione filosofica, chi legge rimane fortemente colpito, sia da certi rimandi dottrinali a filosofi e filosofie spesso oscurati, sia da una forma espressiva oggi dimenticata, nonché da una scelta letteraria che rende unico lo stile dell’autore.

Giuseppe Turturiello, infatti, scrive sì di filosofia ma ha il pregio di accostare, in un risultato misto, ibrido e per questo più ricco — oltre che caratteristico — considerazioni filosofiche, teoretiche e concettuali a informazioni storiche, biografiche, cronachistiche. È così che per spiegarci quanto la filosofia sia il bene più alto per l’animo umano si ricorre alla vicenda di Epaminonda, per ricordarci quanto non sia l’egoismo il fine primo di ogni nostra azione si citano Socrate e Temistocle, per enunciare il ritratto ideale dell’artista si ricorre a Omero e Leopardi. Una forma perciò stimolante che ci dice tanto anche sull’obiettivo filosofico dell’autore, il quale produce una filosofia per l’uomo, una filosofia per la vita, lontana da sterili considerazioni vicine ai sofismi e meno all’esistenza del quotidiano.

Non meno evidenti sono gli autori che devono aver inciso strutturalmente nella formazione come nella riflessione di Turturiello: Kant, Schopenhauer, Platone e i Pitagorici, Epicuro e gli stoici trasudano, ora esplicitati ora sottintesi tra le righe, in un connubio originale e non per questo personale. Sono soprattutto le considerazioni morali e teologiche a riportare a questi autori. Ed è proprio sul tasto del teologico che dovremmo aggiungere un’altra nota sul pensiero dell’autore. Questi difatti si mostra più volte critico e caustico nei confronti di ogni forma di idolo, compreso quello religioso, ritenuto in grado di offuscare l’intelletto del soggetto, omologarlo a un codice normativo mortificante l’individuo, annichilente il libero arbitrio, ostile al suo essere parte attiva, concupiscibile e volitiva del mondo. Abbiamo detto di come Turturiello scrive, di quali sono i suoi obiettivi, le sue fonti di ispirazione, i suoi interessi e i suoi obiettivi polemici. Non ci resta che osservare più da vicino, ma comunque a debita distanza, per non privarvi del piacere di leggere vis a vis la raccolta, le tre opere nella loro singolarità, ciascuna delle quali con un suo percorso interno, un suo scopo centrale, le sue tematiche e digressioni.

Dopo una breve premessa, che sancisce il carattere a-sistematico e spontaneo degli scritti che seguiranno, l’autore inserire Esortazione alla filosofia, un testo col proposito di di-mostrare come la filosofia, specie quella pitagorica, permettano una vita felice ed integra, nella misura in cui aiuta a disimparare a volere e desiderare, dunque soffrire e patire turbamenti. È opinione comune — ci dice Turturiello — sostenere che il movente di ogni nostra azione sia il desiderio, la mancanza o privazione di ciò che si brama ma non si possiede: non potremmo infatti desiderare di ottenere ciò che già abbiamo né tendere verso ciò che non ci attrae piacevolmente. Ma il punto è capire cos’è che si desidera, comprendere qual è l’oggetto del desiderio. Una risposta alla Schopenhauer, per il quale il telos, il fine di ogni nostra azione è la soddisfacimento di un piacere che a sua volta produce dolore e sofferenza, è che desideriamo il desiderio stesso, essendo così destinati ad un circolo vizioso di eterno ritorno del dolore. La sola alternativa, si vedrà leggendo, sarà perseguire, sulla scia di buddismo e brahmanesimo, un’esistenza di ascesi e rinuncia con la quale disimparare a desiderare, emanciparsi da ogni passione e turbamento per sollevarsi ad un stato di imperturbabilità. Occorrerà distruggere il proprio egoismo per distruggere ogni sofferenza e paura, paura dalla quale originano teologie e religioni atte a rassicurare metafisicamente l’uomo sulla possibilità di fuggire ogni dolore. Occorrerà discostarsi da questo tipi di “sistemi psicologici” così come da una lettura materialistica a pelo con l’edonismo alla Epicuro per, invece, avvicinarsi alla soluzione pitagorica e Socratica di una vita all’insegna della virtù, della cura dell’anima attraverso la filosofia. Si badi bene, quando Turturiello parla di filosofia come orizzonte esistenziale non fa riferimento alla filosofia tout court: non ogni filosofia è uguale ad un’altra. La sua filosofia è da intendersi in senso ellenistico, cioè come escatologia ed esegesi dell’avvenire dell’uomo.

Passiamo adesso a Potentine, un saggio che si articola in tre momenti salienti e il cui scopo è cogliere l’essenza del piacere, il confine cui la filosofia moderna si è spinta e soprattutto sciogliere l’agognata antinomia tra fatalismo e casualismo nell’esistenza umana. Dopo averci ricordato che la vita sembra essere più che mero soddisfacimento dei bisogni come degli egoismi e che il piacere è molto più che autoconservazione, Turturiello si chiede: ciò che accade nel cosmo, nel dispiegarsi degli eventi storici e negli accadimenti della mia vita, è già inscritto a priori, dunque presieduto da un Fato metafisico o intelligibile che sovrintende tutto ciò che era, è e sarà; oppure è spontaneità, potrebbe anche non essere, essere diversamente, è tutto, in altre parole ex post? La domanda è una delle più veterane dell’intero discorso filosofico, insita già nel pitagorismo, per il quale è predeterminato il sopravvivere dell’anima al corpo che abitiamo ed anzi, viviamo qui ed ora per trasmigrare lì e dopo — nonostante la collocazione futura sia in nostro potere, dipendendo dalla condotta svolta. Sembra poco razionale e poco sensato, ci dice l’autore, credere, per quanto piacevole possa essere, a un qualcuno o qualcosa che, tirando le fila di ogni evento e fenomeno, agisca e provi per noi: se così fosse, se si potesse sposare una siffatta visione teleologica e fatalistica dell’esistenza, perché produrre un solo Socrate tra mille altri uomini? Perché il darsi di catastrofi e cataclismi, ingiustizie e iniquità? Perché il presentarsi di orribili personaggi storici a discapito di pochissimi pii? A questo quesito dà risposta, senza nessuna pretesa dogmatica, l’autore.

Infine un saggio sì breve ma forse il più riuscito di tutti, Abbiccì dell’artista, nel quale Giuseppe Turturiello, un po’ come il Socrate del Fedone dopo quello della Repubblica, sembra ricredersi sulla figura dell’artista, sentendosi egli stesso portatore di arte. Il soggetto artistico, infatti, non va inteso come colui o colei che ricerca il profitto o la celebrità, anche perché di artisti che in vita han goduto di beni e lodi ce ne son stati assai pochi, ma come colui che indaga l’essenza metafisica delle cose. L’artista, dice Turturiello efficacemente, è uno “strumento umano che oggettiva le verità nascoste nell’essere”. Va da sé il vero artista sarà piuttosto raro, in virtù della difficoltà con cui è possibile leggere essenzialmente il mondo. Una cosa è infatti essere poeta o teatrante, un’altra è essere concretamente artista. Non è tanto la capacità retorica, estetica o formale a qualificare l’artista, bensì il suo sguardo penetrante delle cose che sono: Pindaro è ad esempio di più grande talento rispetto a Omero, ma nessuno come quest’ultimo fu capace di raccontare l’essere dell’uomo, delle sue passioni e dei suoi turbamenti. Viene quasi da pensare, conclude Turturiello, che artisti si nasca, altrimenti molti di più sarebbero, e che sia frequente come il proprio tempo disprezzi l’artista contemporaneo, privilegiando chi artista non è e lasciando che siano società e culture future a godere di un Leopardi rispetto agli scrittori del suo stesso tempo, oggi non a caso dimenticati.

Siamo giunti alla conclusione di questa disamina della raccolta filosofica di Giuseppe Turturiello, che anche stavolta si è rivelato nella forma e nella sostanza un autore tanto atipico quanto stimolante, tanto anacronistico quanto interessante; un autore da leggere, foss’anche per disapprovare con le sue idee e dar vita all’incessante gioco che è la filosofia da più di duemila anni.

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