RISPONDI AL TUO DEMONE – CONSIDERAZIONI SU “LA MASCHERA E IL DAIMON” DI SHADY DELL’AMICO (Il Prato Editore) | RECENSIONE |

TITOLO: La maschera e il daimon. La filosofia come via trasformativa

AUTORE: Shady Dell’Amico

CASA EDITRICE: Il Prato editore

NUMERO DI PAGINE: 167

PREZZO DI COPERTINA: 15,00€


Nell’arco di più di venti secoli si è costruita con insistenza l’idea, oggi divenuta stereotipo, di una filosofia pensata come arte astratta del ragionamento, lontana dalle cose che sono qui ed ora, una theoria fine a se stessa e dimentica, paradossalmente, del reale che pretende di studiare. Ne è conseguita necessariamente la caricatura di un filosofo distratto della sua gettatezza, che come Talete si è ritrovato, tanto era assorto nella contemplazione di ciò che gli sta in alto lontano, a precipitare rovinosamente dentro un pozzo, divenendo l’oggetto di scherno di una servetta di passaggio. Parrebbe, insomma, che tanto più ci si sente filosofi, tanto meno ci si sente uomini, destinandosi a un’esistenza periferica dal mondo e a uno stigma sociale imperituro.

Se da una parte è vero che questo non è che un mero pregiudizio di chi crede di comprendere cosa sia la filosofia, ma di fatto non lo sa; è anche vero, dall’altra, che vi è un fondo di verità in questo mito collettivo. La filosofia ha dimenticato di vivere, ha dimenticato il suo soggetto, ha dimenticato persino la stessa vocazione primordiale di uno studio impegnato per l’uomo. Si è ammantata di costruzioni teoriche negando la sua radice pratica e cancellando la sua capacità trasformativa per chi la esercita. In altre parole, la filosofia ha eclissato il suo essere, in prima istanza, un filosofare mosso da una voce interiore intrinsecamente individuale, ineliminabile e indispensabile.

Con lo scopo di riportare la filosofia a sé stessa verso un compito attivo qual è il diventare ciò che si è scrive Shady Dell’Amico, un laureato dai molteplici interessi che nel suo La maschera e il daimon. La filosofia come via di trasformazione recupera l’antica visione di una filosofia come chiamata di coscienza, pur sapendo essere particolarmente autentico e originale nelle sue linee argomentative. Non dobbiamo dimenticarci, ci dice l’autore, la matrice ereditaria, genealogica e diacronica della filosofia, frutto dell’impegno di uomini, una coralità di sguardi sull’uomo e sul mondo che ha dispiegato in più occasioni il suo saper essere mezzo di vita, avulso a giochi retorici e asettiche speculazioni. Solo quando la filosofia si sostanzia di un’imprescindibile tensione al miglioramento della propria vita, rivelandosi come ebbe a dire Platone nella sua Apologia una “cura dell’anima”, essa è davvero filosofia. Una filosofia umana, spirituale, dialogica.

Su queste premesse poggia il suo saggio, il quale vuole essere “una sorta di vademecum fra il teorico e il pratico attraverso cui indagare la vocazione sapienziale della filosofia” nella forma di “un percorso a due, dove chi scrive e chi legge camminano insieme verso quella via di trasformazione tramandata” dalle sue origini ai giorni nostri. Ma poiché per filosofia può intendersi tutto e il contrario di tutto, in virtù (e a causa) dell’indefinibilità della filosofia stessa, sarà opportuno chiarire meglio che cosa l’autore intende qui per “filosofia”:

Il fine della filosofia è infatti un cambiamento di sguardo, un “rinnovamento di prospettiva”: un movimento che parte da se stessi e non finisce con se stessi […]. È un processo di trasformazione, un’uscita da sé.

Come vediamo filosofare non è mai un evento atomico, un dialogo a una sola voce, ma si rivela essere un processo squisitamente polifonico: sia col passato, sia col presente, sia con la propria interiorità — che tutto è fuorché una —, il filosofare è sempre un interloquire con qualcuno. E in questo dialogo plurimo non c’è stasi, ma attraversamento, un muoversi da un punto ad un altro nel tentativo di mutare convinzione, prospettiva, condizione. Anzi, il movimento è sempre, almeno in un primo momento, espansivo. Accade che, quando qualcuno ci scioglie dalle nostre catene, possiamo finalmente muoverci dalla condizione di primigenia ignoranza e vedere quelle ombre proiettate sulla buia parete dalla caverna per quel che sono: apparenza di una conoscenza che pretende d’esser più di quello che concretamente è. Ci muoveremo verso l’uscita dalla caverna, interiorizzando che ogni nostra certezza ha perso di valore. Ma una volta raggiunto lo sbocco della spelonca sarà tutto tranne che semplice sia cogliere ciò che abbiamo sotto gli occhi, accecati da tanta luce, che per di più metabolizzare la rivoluzione psichico-cognitiva di cui siamo vittima.

Ci sentiremo pieni di meraviglia e stupore, finalmente liberi e coscienti, ma ancora inappagati. Sentiremo infatti il bisogno di condividere quella condizione di illuminazione interiore con i nostri compagni giù alla caverna, ancora paralizzati dalle catene, spettatori della fabbrica di immagini e vittime delle opinioni dominanti della classe dominante. Sarà difficile fargli comprendere che la loro condizione non è di libertà, che c’è un oltre. Dovranno subire la rottura della coscientizzazione e apprendere lo stato di inautenticità in cui hanno sempre vissuto. Dovranno, in altre parole, compiere quel processo di ascesa realizzabile solo con un parallelo e complementare processo di decostruzione dei tanti idoli che ne annebbiano la mente e apertura a quella rivoluzione d’animo che è il cambiamento interiore.

La filosofia è questo, sostiene Dell’Amico sulla scorta del celeberrimo — e tragico — mito della caverna platonico: un percorso duplice di uscita dal proprio stato di minorità un ritorno su di sé, una dinamica concreta di studio del reale ed esercizio sperimentale di cambiamento. Per questo non può dirsi filosofo il prigioniero dimentico del proprio mondo, eternamente fossilizzato sulle parole del passato; così come non può la filosofia subordinare il reale al razionale, perpetuando un asfittico circolo vizioso di astrazione per l’astrazione e conservando conoscenze inattuali da trasmettere a giovani menti con il solo scopo di fare altrettanto con le generazioni future. La filosofia non è e non può essere ripetizione mnemonica e disimpegnata di astratte pagine ingiallite. Semmai è sempre l’assimilazione attiva e consapevole di quanto è stato detto per comprendere cosa conservare e cosa mutare in un processo di liberazione di sé e degli altri dalle catene della minorità.

Una filosofia che non abbia a che fare con la vita, con i problemi degli uomini, con la sessualità, con la povertà culturale ed economica, con il bisogno di senso, con il desiderio d’amore, non è una filosofia.

La filosofia deve avvertire come prioritario il bisogno impellente di praticizzare le sue riflessioni teoriche, dispiegandone la vitalità che hanno per l’uomo. Ed ecco che si trova in una doppia sfida: verso se stessa, in quanto antiquaria scienza della replica disincarnata; e verso la complessità stessa dei suoi compiti di demolizione degli idoli quali sono tutte le distorsioni ottiche che ancora oggi i prigionieri contemplano sul fondo della caverna. Urgenza del filosofo diventa rifuggire gli idoli per inseguire la verità, una verità che edifica, come direbbe Kierkegaard, in grado di fondare un’esistenza proficua per chi la ricerca. Dall’omogeneizzazione dell’idolo alla specificità della verità, unica e irripetibile per ciascuno di noi, dalla cecità al disvelamento.

Perché questa verità possa de facto essere carpita si deve comprendere che tale verità risiede dentro di noi (e ritorna così l’importanza della discesa nella caverna dopo la consapevolezza), in quel daimon invasatore raccontatoci dai greci, ma anche Kant parlando di noumeno, la psicologia riferendosi all’inconscio e il cristianesimo alludendo allo spirito. In questa esplorazione di sé tutta rivolta all’ascolto della chiamata del daimon per il conseguimento dell’eudaimonia, cioè la felicità che consiste nell’ “avere un buon demone”, bisogna effettuare una chiarificazione conseguibile solo con lo smascheramento dei tanti idoli di cui Bacone ci ha parlato e di cui il nostro tempo pullula.

A questo punto Shady Dell’Amico li racconta, distinguendoli e facendo luce sulle loro oggettivazioni contemporanee nell’epoca dell’Avere sull’Essere, dove perfino la qualità è quantificata. Individua gli Idola Tribus, le deformazioni percettive imputabili alla nostra appartenenza a una data specie animale — dunque non individuali — la cui massima esibizione è oggi l’insaziabile sessualità disgiunta dall’erotismo. Il soggetto umano, vincolato dalla natura alla necessità riproduttiva, diviene schiavo delle sue passioni, cedendo al piacere per il piacere in una spirale di perversione e frustrazione crescenti. Dopo la mania del godimento sessuale è la volta degli Idola Specus, il risultato pedagogico-formativo del vissuto tra soggetto e habitat familiare, che sfocia nell’interiorizzazione di quelle tracce biografiche che in Freud prende il nome di Super-Io, quel genitore interno a cui si devono invidia e vergogna, impotenza e insoddisfazione. Terza specie di illusione ottica sono gli Idola Fori, i miti culturalmente esplicitati e dominanti nel paesaggio sociale in cui siamo situati, principio di psicopatologie collettive quali il mito dell’efficienza, l’imperativo del consumo. In questo spazio di riduzione dell’uomo a oggetto sessuale, normativizzato genitorialmente e strumentalizzato dal sistema produttivo, c’è posto poi per un’ultima più difficile da sradicare forma di idoli: gli Idola Theatri, cioè le ideologie, filosofie e narrazioni teologiche dogmatizzate e normalizzate. Appartengono a questo tipo di deformazioni l’abnegazione corporea del cristianesimo, l’apocalittico senso di epilogo storico in cui versiamo, l’istituzionalizzazione del sentimento emotivo — tutti volti alla creazione di un uomo a una dimensione, direbbe Marcuse.

Un’alleanza tra Sè ed Io, tra daimon e ragione, lontana dal riduzionismo razionalistico di un Cartesio, quella che si emerge ne La maschera e il daimon. Si sdogana la notissima visione del demone interiore come mera bussola morale, che, non essendo esso stesso umano, si troverà “al di là del bene e del male”; si afferma piuttosto l’ideale di una vita media aristotelica a metà tra conscio ed inconscio, umano e divino. Tale medietà si rivela essere il canone, l’orizzonte regolativo entro cui vivere con phronesis senza hybris, in un dialogo costante tra le due istanze interne al soggetto.

Non è un caso se Dell’Amico chiude il suo testo con l’imprescindibilità di un invito all’esercizio di tale visione duale — ma non dualistica — dell’uomo, giusto a confermare l’intento prassico della sua theoria conformemente alla prospettiva greca di una filosofia come guida esistenziale atta al passaggio da una vita eteronoma a una autonoma. La filosofia torna ad essere un esercizio spirituale di cui gli Esercizi di Ignazio di Loyola messi in appendice vogliono essere un semplice calco, uno spunto per niente normativo.

Inutile dire quanto la lettura de La maschera e il daimon si sia rivelata una lettura sorprendente per diverse ragioni. Sorprende il ritrovarsi inaspettatamente in contatto con sé stessi tra le pagine dell’autore, sorprende la perizia terminologica, la scelta delle fonti, la ricercatezza delle citazioni che Dell’Amico offre al lettore, sorprende l’autenticità che costella le pagine di un saggio denso e cogente, sorprende la competenza di un autore che ha fatto sua un’idea di filosofia aperta, inclusiva, umana troppo umana.

Se da una parte è vero che questo non è che un mero pregiudizio di chi crede di comprendere cosa sia la filosofia, ma di fatto non lo sa; è anche vero, dall’altra, che vi è un fondo di verità in questo mito collettivo. La filosofia ha dimenticato di vivere, ha dimenticato il suo soggetto, ha dimenticato persino la stessa vocazione primordiale di uno studio impegnato per l’uomo. Si è ammantata di costruzioni teoriche negando la sua radice pratica e cancellando persino la sua capacità trasformata per chi la esercita. In altre parole, la filosofia ha eclissato il suo essere, in prima istanza, un filosofare mosso da una voce interiore intrinsecamente individuale, ineliminabile e indispensabile.

Con il compito di riportare la filosofia a sé stessa verso un compito attivo qual è il diventare ciò che si è più propriamente scrive Shady Dell’Amico, un laureato dai molteplici interessi che nel suo La maschera e il daimon. La filosofia come via di trasformazione recupera l’antica visione di una filosofia come chiamata di coscienza, pur sapendo essere particolarmente autentico e originale nelle sue linee argomentative. Non dobbiamo dimenticarci, ci dice l’autore, la matrice ereditaria, genealogica e diacronica della filosofia, frutto dell’impegno di uomini, una coralità di sguardi sull’uomo e sul mondo che ha dispiegato in più occasioni il suo saper essere mezzo di vita, avulso a giochi retorici e asettiche speculazioni. Solo quando la filosofia si sostanzia di un’imprescindibile tensione al miglioramento della propria vita, rivelandosi come ebbe a dire Platone nella sua Apologia una “cura dell’anima”, essa è davvero filosofia. Una filosofia umana, spirituale, dialogica.

Su queste premesse poggia il suo saggio, il quale vuole essere “una sorta di vademecum fra il teorico e il pratico attraverso cui indagare la vocazione sapienziale della filosofia” nella forma di “un percorso a due, dove chi scrive e chi legge camminano insieme verso quella via di trasformazione tramandata” dalle sue origini ai giorni nostri. Ma poiché per filosofia può intendersi tutto e il contrario di tutto, in virtù (e a causa) dell’indefinibilità della filosofia stessa, sarà opportuno chiarire meglio che cosa l’autore intende qui per “filosofia”:

Il fine della filosofia è infatti un cambiamento di sguardo, un “rinnovamento di prospettiva”: un movimento che parte da se stessi e non finisce con se stessi […]. È un processo di trasformazione, un’uscita da sé.

Come vediamo filosofare non è mai un evento atomico, un dialogo a una sola voce, ma si rivela essere un processo squisitamente polifonico: sia col passato, sia col presente, sia con la propria interiorità — che tutto è fuorché una —, il filosofare è sempre un interloquire con qualcuno. E’ in questo dialogo plurimo non c’è stasi, ma attraversamento, che un muoversi da un punto ad un altro nel tentativo di mutare convinzione, prospettiva, condizione. Anzi, il movimento è sempre, almeno in un primo momento, espansivo. Accade che, quando qualcuno ci scioglie dalle nostre catene, possiamo finalmente muoverci dalla condizione di primigenia ignoranza e vedere quelle ombre proiettate sulla buia parete dalla caverna per quel che sono: apparenza di una conoscenza che pretende d’esser più di quello che concretamente è. Ci muoveremo verso l’uscita dalla caverna, interiorizzando che ogni nostra certezza ha perso di valore. Ma una volta raggiunto lo sbocco della spelonca sarà tutto tranne che semplice, sia cogliere ciò che abbiamo sotto gli occhi, accecati da tanta luce, e per di più metabolizzare la rivoluzione psichico-cognitiva di cui siamo vittima.

Ci sentiremo pieni di meraviglia e stupore, finalmente liberi e coscienti, ma ancora inappagati. Sentiremo infatti il bisogno di condividere quella condizione di illuminazione interiore con i nostri compagni giù alla caverna, ancora paralizzati dalle catene, spettatori della fabbrica di immagini e vittime delle opinioni dominanti della classe dominante. Sarà difficile fargli comprendere che la loro condizione non è di libertà, che c’è un oltre. Dovranno subire la rottura della coscientizzazione e apprendere lo stato di inautenticità in cui hanno sempre vissuto. Dovranno, in altre parole, compiere quel processo di ascesa realizzabile solo con un parallelo e complementare processo di decostruzione dei tanti idoli che ne annebbiano la mente e  apertura a quella rivoluzione d’animo che è il cambiamento interiore. 

La filosofia è questo, sostiene Dell’Amico sulla scorta del celeberrimo — e tragico — mito della caverna platonico: un percorso duplice diuscita dal proprio stato di minorità e un ritorno su di sé, una dinamica concreta di studio del reale ed esercizio sperimentale di cambiamento. Per questo non può dirsi filosofo il prigioniero dimentico del proprio mondo, eternamente fossilizzato sulle parole del passato; così come non può la filosofia subordinare il reale al razionale, perpetuando un’asfittico circolo vizioso di astrazione per l’astrazione e conservando conoscenze inattuali da trasmettere a giovani menti con il solo scopo di fare altrettanto con le generazioni future. La filosofia non è e non può essere ripetizione mnemonica e disimpegnata di astratte pagine ingiallite. Semmai è sempre l’assimilazione attiva e consapevole di quanto è stato detto per comprendere cosa conservare e cosa mutare in un processo di liberazione di sé e degli altri dalle catene della minorità. 

Una filosofia che non abbia a che fare con la vita, con i problemi degli uomini, con la sessualità, con la povertà culturale ed economica, con il bisogno di senso, con il desiderio d’amore, non è una filosofia.

<p class="has-drop-cap" style="line-height:1.5" value="<amp-fit-text layout="fixed-height" min-font-size="6" max-font-size="72" height="80">La filosofia deve avvertire come prioritario il bisogno impellente di <em>praticizzare</em> le sue riflessioni teoriche, dispiegandone la vitalità che hanno per l’uomo. Ed ecco che si trova in una doppia sfida: verso se stessa, in quanto antiquaria scienza della replica disincarnata; e verso la complessità stessa dei suoi compiti di demolizione degli <em>idoli </em>quali sono tutte le distorsioni ottiche che ancora oggi i prigionieri della caverna contemplano sul fondo della caverna. Urgenza del filosofo diventa rifuggire gli idoli per inseguire la <em>verità</em>, una verità che edifica, come direbbe Kierkegaard, in grado di fondare un’esistenza proficua per chi la ricerca. Dall’omogeneizzazione dell’idolo alla specificità della verità, unica e irripetibile per ciascuno di noi, dalla cecità al disvelamento. La filosofia deve avvertire come prioritario il bisogno impellente di praticizzare le sue riflessioni teoriche, dispiegandone la vitalità che hanno per l’uomo. Ed ecco che si trova in una doppia sfida: verso se stessa, in quanto antiquaria scienza della replica disincarnata; e verso la complessità stessa dei suoi compiti di demolizione degli idoli quali sono tutte le distorsioni ottiche che ancora oggi i prigionieri della caverna contemplano sul fondo della caverna. Urgenza del filosofo diventa rifuggire gli idoli per inseguire la verità, una verità che edifica, come direbbe Kierkegaard, in grado di fondare un’esistenza proficua per chi la ricerca. Dall’omogeneizzazione dell’idolo alla specificità della verità, unica e irripetibile per ciascuno di noi, dalla cecità al disvelamento. 

Perché questa verità possa de facto essere carpita si deve comprendere che tale verità risiede dentro di noi (e ritorna così l’importanza della discesa nella caverna dopo la consapevolezza), in quel daimon invasatore raccontatoci dai greci, ma anche Kant parlando di noumeno, la psicologia riferendosi all’inconscio e il cristianesimo alludendo allo spirito. In questa esplorazione di sé tutta rivolta all’ascolto della chiamata del daimon per il conseguimento dell’eudaimonia, cioè la felicità che consiste nell’ “avere un buon demone”, bisogna effettuare una chiarificazione conseguibile solo con lo smascheramento dei tanti idoli di cui Bacone ci ha parlato e di cui il nostro tempo pullula. 

A questo punto Shady Dell’Amico li racconta, distinguendoli e facendo luce sulle loro oggettivazioni contemporanee nell’epoca dell’Avere sull’Essere, dove perfino la qualità è quantificata. Individua gli Idola Tribus, le deformazioni percettive imputabili alla nostra appartenenza a una data specie animale — dunque non individuali — la cui massima esibizione è oggi l’insaziabile sessualità disgiunta dall’erotismo. Il soggetto umano, vincolato dalla natura alla necessità riproduttiva, diviene schiavo delle sue passioni, cedendo al piacere per il piacere in una spirale di perversione e frustrazione crescenti. Dopo la mania del godimento sessuale è la volta gli Idola Specus, il risultato pedagogico-formativo del vissuto tra soggetto e habitat familiare, che sfocia nell’interiorizzazione di quelle tracce biografiche che in Freud prende il nome di Super-Io, quel genitore interno a cui si devono invidia e vergogna, impotenza e insoddisfazione. Terza specie di illusione ottica sono gli Idola Fori, i miti culturalmente esplicitati e dominanti nel paesaggio sociale in cui siamo situati, principio di psicopatologie collettive quali il mito dell’efficienza, l’imperativo del consumo. In questo spazio di riduzione dell’uomo a oggetto sessuale, normativizzato genitoralimente e strumentalizzato dal sistema produttivo, c’è posto poi per un’ultima più difficile da sradicare forma di idoli: gli Idola Theatri, cioè le ideologie, filosofie e narrazioni teologiche dogmatizzate e normalizzate. Appartengono a questo tipo di deformazioni l’abnegazione corporea del cristianesimo, l’apocalittico senso di epilogo storico in cui versiamo, l’istituzionalizzazione del sentimento emotivo — tutti volti alla creazione di un uomo a una dimensione, direbbe Marcuse. 

Cosa ci è possibile fare per smantellare questa variegata quanto imponente schiera di riduzionismi e oscurantismi? Dissentire, rivoluzionarci, pensare alla modificabilità dell’essere: dialogare col daimon. Dell’Amico ci dà in questo senso delle informazioni aggiuntive sulla sua natura dicendoci anzitutto cosa il daimon non sia. Esso non è mera coscienza morale, né qualcosa di performativo, non è strumento né di certo pulsione sessuale, non è un mito precostituito o un ideale aprioristico. È semmai cogliere quella voce interiore celata in attesa di esser scoperta, quella che Paolo chiamò penuma e che per Agostino coincideva con la voce di Dio. È l’inconscio definibile via negationis di cui possiamo coglierne le sue fenomenizzazioni, da greci e cristiani localizzato oltre, nel Novecento individuato nel soggetto. Un Altro congenito all’uomo, sintatticamente dialogico, semanticamente metaforico, essenzialmente trascendente l’Io. 

Il portato filosofico del coglimento del daimon è straordinario, ci dice Dell’Amico, perché permette di offrire un’alternativa al nichilismo dominante che si traduce nel “nulla di Heidegger, la nausea di Sartre, l’assurdo di Camus”, ma il suo vero guadagno è anzitutto per l’uomo prima che per il filosofo. Esso non è a priori un miglioramento, non c’è questa fede teleo-teologica in Dell’Amico, ma è certamente un elemento trasformativo per la nostra vita: consiste nel fattore di modificabilità della nostra esistenza, condizione necessaria e sufficiente per una vita autentica in cui l’uomo si coglie come in comunione col suo daimon. Così gli sarà chiaro la coesistenza col suo Altro, col quale può scegliere di vivere in sintonia o in conflitto, ma mai senza. 

Un’alleanza tra Sè ed Io, tra daimon e ragione, lontana dal riduzionismo razionalistico di un Cartesio quella che si emerge ne La maschera e il daimon. Si sdogana la notissima visione del demone interiore come mera bussola morale, che, non essendo esso stesso umano, si troverà “al di là del bene e del male”; si afferma piuttosto l’ideale di una vita media aristotelica a metà tra conscio ed inconscio, umano e divino. Tale medietà si rivela essere il canone, l’orizzonte regolativo entro cui vivere con phronesis senza hybris, in un dialogo costante tra le due istanze interne al soggetto. 

Non è un caso se Dell’Amico chiude il suo testo con l’imprescindibilità di un invito all’esercizio di tale visione duale — ma non dualistica — dell’uomo, giusto a confermare l’interno prassico della sua theoria conformemente alla prospettiva greca di una filosofia come guida esistenziale atta al passaggio da una vita eteronoma a una autonoma. La filosofia torna ad essere un esercizio spirituale di cui gli Esercizi di Ignazio di Loyola messi in appendice vogliono essere un semplice calco, uno spunto per niente normativo. 

Inutile dire quanto la lettura de La maschera e il daimon si sia rivelata una lettura sorprendente per diverse ragioni. Sorprende il ritrovarsi inaspettatamente in contatto con sé stessi tra le pagine dell’autore, sorprende la perizia terminologica, la scelta delle fonti, la ricercatezza delle citazioni che Dell’Amico offre al lettore, sorprende l’autenticità che costella le pagine di un saggio denso e cogente, sorprende la competenza di un autore che ha fatto sua un’idea di filosofia aperta, inclusiva, umana troppo umana. 

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